29 novembre 2006

XII.3


Me Fratello di Kafka.
Tragedia comica in un prologo due atti e un epilogo

Olè, olè, olèèèè
Epilogo

Venerdi scorso il cellulare di Te suona da un numero sconosciuto. Te risponde, sono Le Informazioni.
Alla mia documentazione lavorativa manca un documento, perchè uno dei contratti dura per un giorno solo... Cazzo. Che si deve fare?
Bisogna andare lunedi ai nuovi uffici con un altro documento di lavoro, altrimenti rifiutano tutto.
La fortuna ogni tanto fa capolino, Me ha in mano l'ultimo contratto che dura fino al prossimo anno, devono solo fotocopiarlo e andare ai nuovi uffici.
Sembrava troppo facile.
Il lunedi mattina tornano dal notaio che prende il foglio lo fotocopia e lo timbra e presenta la ricevuta. Te ha controllato sull'internet la mappa, prendono il tram che però li scarica da tutta altra parte, anche l'internet sbaglia, a piedi raggiungono i nuovi uffici.
E i nuovi uffici sono proprio nuovi: c'è la macchina per i numeri, tabelloni, bacheche con tutto esposto ordinatamente, tanti box senza vetro ma più confortevoli, illuminazione giustissima. Un senso di ordine e di calma, prendono il numero, si mettono in fila, poi Te va a chiedere alle informazioni che la indirizza ad uno sportello dove vengono subito spediti. Aspettano 10 minuti, poi consegnano l'ultimo foglio all'impiegata che è soddisfatta.
Volete che ve lo consegni adesso? Con questo foglio è pronto, lo potete ritirare subito se volete.
Subito? Certo, subito! subito!
Può darmi il passaporto?
E' facile da intuire ormai: Me non ha il passaporto.
L'impiegata chiude il suo sorriso.
Anche Te smette di sorridere.
Può tornare oggi a prenderlo? Se può tornare oggi glielo faccio preparare.
Me è titubante, gli uffici sono lontanissimi.. ma è Te a rispondere per lui.
Si certo, torna oggi.
Escono, Me un poco accigliato, e vanno verso casa.
Bisogna andare alla fermata dell'autobus oltre il casamento, prendere un autobus, fare 4 fermate, prendere la metro, fare due fermate, prendere il tram, fare tre fermate e andare a casa. Te va a fare la spesa, dovrà tornare lui da solo a prendere il permesso. Me sale in casa prende il passaporto e tenta la via alternativa per arrivare ai nuovi uffici: prende un tram, fa 3 fermate, attraversa una strada a quattro corsie, raggiunge la fermata dell'autobus, prende un autobus e fa 8 fermate. Ed è di nuovo agli uffici. Sale, prende il numero, si mette in fila e aspetta 40 minuti. Ma quaranta minuti senza bolgia, senza rumori, senza spintoni. Ci sono i numeri, ci sono mille sportelli. Ci sono anche un paio di impiegate niente male, anzi a guardare bene, sono tutte donne a lavorare. Tutte donne. Subito quel posto cambia aspetto, diventa addirittura accogliente.
Tocca a lui, l'impiegata parla in ceco, lui fa capire che non capisce, lei sorride, tira fuori l'incartamento e consegna il documento.
Il suo permesso di soggiorno.
Firma, sorride all'impiegata, le da persino la mano.
Perchè c'è riuscito...
Ora manca solo la partita iva.


il tutto per la modica cifra di:
formulario: gratis, scaricarlo da internet e stamparlo
modulo per la certifica del domicilio: gratis, scaricarlo da internet e stamparlo
visura catastale: gratis, scaricarla di internet e stamparla
fotografia: già ce l'aveva
passaporto: il suo, 60 euro in italia.
tessera eUropea della sanità: gratis, consegnata per posta in italia.
documenti di lavoro fotocopiati e timbrati dal notaio: 5= 134 corone la bellezza di 4 euro e 70 centesimi.
Il tempo speso a raccogliere tutto, perchè vale anche quello.

L'operetta finisce qui

XII.2.3


Me Fratello di Kafka.
Tragedia comica in un prologo due atti e un epilogo

ATTO SECONDO
Caro Kafka, siamo un pezzo avanti.

SCENA TERZA
Bisogna prima prendere un tram, 4 fermate, prendere la metro, altre quattro fermate, si attraversa una strada a quattro corsie, si passa sotto un ponte dell'autostrada ed ecco gli uffici della Polizia per gli stranieri.
Abbiamo tutto? Si chiedono.
Passaporto ok
fotografia ok
documento di affitto firmato dal proprietario con allegata visura catastale ok
contratti di lavoro a termine fotocopiati e timbrati dal notaio ok
tessera sanitaria eUropea quella nuova formato carta di credito ok
formulario
Giusto, manca solo quello e lo troveranno negli uffici. Arrivano alle 10 di mattina, già è una bolgia, poichè sono aperti dalle sette e mezza. La giornata è grigia, tutto è grigio. Ma hanno tutti i documenti. Me si mette subito in fila mentre Te cerca il formulario giusto, cioè quello viola scuro. Te arriva con il volto bianco.
"Hanno finito i formulari."
"Cosa vuol dire hanno finito i formulari?"
"Che li hanno finiti. Sul banco non ci sono più, la signorina allo sportello mi ha detto che ne ha sistemati 100 la mattina ma qualcuno deve averne presi tanti tutti insieme e loro domani traslocano nei nuovi uffici e non ne hanno più."
Perfavore, perfavore, no. Ha tutto. Tutto!
Che cazzo si fa ora?
Me abbandona la fila, che senso ha stare in fila se manca il documento principale.
Va fuori a fumare una sigaretta.
Te lo raggiunge dopo pochi minuti, arriva con un meraviglioso sorriso. Di rabbia e felicità.
Dobbiamo andare subito da mia madre, Perchè?, il formulario lo possiamo scaricare dall' internet, lì andiamo da mia madre così possiamo stamparlo, lo compiliamo e torniamo qua, gli uffici riaprono a mezzogiorno e mezzo fino alle tre e mezza. Si fa oggi.
Si guardano. Si fa oggi.
Corrono giù dalle scale degli uffici, b
isogna prima passare sotto un ponte dell'autostrada, attraversare una strada a quattro corsie, prendere la metro, 4 fermate e si arriva all'ufficio della madre di Te, suonano il campanello, salgono, entrano, saluti veloci, trovano il documento quello giusto e lo stampano in due copie.
Si fa oggi.
E' la pausa pranzo per gli uffici, si fermano in un bar a prendere un caffè e compilano il formulario.
Pronti, di nuovo.
Bisogna prima prendere un tram, 2 fermate, prendere la metro, altre quattro fermate, si attraversa una strada a quattro corsie, si passa sotto un ponte dell'autostrada ed ecco gli uffici della Polizia per gli stranieri.
Abbiamo tutto? Si chiedono.
Passaporto ok
fotografia ok
documento di affitto firmato dal proprietario con allegata visura catastale ok
contratti di lavoro a termine fotocopiati e timbrati dal notaio ok
tessera sanitaria eUropea quella nuova formato carta di credito ok
formulario ok

Entrano dentro di nuovo, più gente della mattina, nessuno se n'è andato a fare la pausa pranzo tra i questuanti. Tutti sono rimasti silenziosamenteognuno al loro posto. Me si mette in fila, per mezz'ora non succede niente: una vecchia signora accompagnata ha monopolizzato uno dei due sportelli da 25 minuti e non accenna ad andarsene. Davanti a Me una russa legge un quotidiano in cirillico, una mamma con un bambino che dorme, una ragazza ucraina con un cappotto bianco preoccupatissima, un'altra argazza in cinta dietro di Me, degli uomini di colore, qualche cinese, una grassona sporca vestita da rapper che gestisce una marea di formulari uguali al suo. E' lei che li ha presi dalla mattina. La fila si smuove, Me e Te organizzano dei turni in fila per andare a fumare una sigaretta ogni tanto. Passa un'ora, ne passano due di ore, sono rimaste quattro persone davanti a lui, ma tutte ci stanno un secolo e mezzo, ad un certo punto la grassona sporca vestita da rapper chiede ai due capofila se può entrare lei perchè quello è il suo posto, e si giustifica con parole che Me non capisce ma si accorge che offendono le persone in fila: alla fine però la lasciano passare. Te la guarda con odio ma non possono fare niente, solo maledirla per ogni minuto in più che resta. E resta per ben 31 minuti.
Dopo tre ore rimane l'ultima, una signora che parla un ceco stranissimo, è ubriaca e porta occhiali spessissimi, ma è l'ultima. E come tutti gli ultimi ci sta un visibilio di tempo da prenderla a pedate.
Tocca a loro.
Dalla cartellina trasparente tirano fuori tutto. E hanno tutto. La ragazzina dietro il vetro timbra tutto, prepara altri fogli che fa firmare e poi ritimbra, consegna un piccolo foglietto ciclostilato e su stampata c'è la data di quando dovrà andare a prendere il suo permesso temporaneo di soggiorno...
Uao.

28 novembre 2006

XII.2.2


Me Fratello di Kafka.
Tragedia comica in un prologo due atti e un epilogo

ATTO SECONDO

Caro il mio Kafka, siamo un pezzo avanti.

SCENA SECONDA
Sicchè non ha un cazzo in mano. Ha solo un numero di telefono: Le Informazioni.
Le Informazioni parlano solo ceco, manco a dirlo, quindi è compito da delegare a Te.

La prima telefonata si risolve così:
"Ci vogliono: il passaporto, una fotografia, compilare il modulo che troviamo agli uffici, allegare seguente documentazione, documento che attesta che hai un domicilio in Repubblica Ceca, contratto o documento di lavoro, ma sul contratto di lavoro c'è un pò di confusione. In realtà se fai parte dell'Ue non ne avresti nemmeno bisogno, ma serve per prendere poi il numero della tua partita iva qui in Repubblica Ceca perchè sei un libero professionista sennò nessuno ti può fare fattura e non va bene. Ma, se Me non avrebbe bisogno del permesso in quanto membrone, perchè tutte queste storie ora? Non puoi mica scrivere sotto MOTIVO DELLA PERMANENZA: l'amore, mi piace Praga, ci sto bene, vorrei vivere qui." No eh? Non basta.
Chissà quanto costerà tutto questo ambaradan.
Cominciano.
Il formulario decidono di lasciarlo per ultimo che lo faranno quando torneranno agli uffici con tutti i documenti e lo compileranno in fila, meglio concentrarsi sulle cose da avere. Il contratto di affitto è in casa ma presenta un problema: l'unico affittuario registrato è Te, di Me nessuna traccia. Bisogna chiedere al proprietario di cambiare il contratto, mettere anche il nome di Me insieme a Te, ma non si spenderà a fare così, no perchè? Ma non ci vogliono i bolli, il notaio, qualcosa da pagare per la registrazione? La registrazione la fa il proprietario ed è un atto privato. Non capisce ma non si paga nulla sicchè Me sta zitto.
Il proprietario abita a Brno -230 km- al piano di sopra abita il figlio, che amministra il fetido stabile che circonda casa di Me. Me telefona al figlio del padrone di casa che parla inglese
imparato in Australia, devono anche pagare l'affitto quindi si vedono e fanno tutto ma quando? Lui torna lunedi, oggi è giovedi, e vedrai ci si vedrà lunedi, ok va bene.

Dai, una è fatta.
Il contratto di lavoro: l'unico lavoro di Me è per il ministero dell'educazione, tramite una ditta alla quale il ministero si appoggia per organizzare la transizione da un esame di maturità per la lingua italiana di tipo ceco ad un esame di maturità in lingua italiana di tipo eUropeo. Non pagano tanto ma per sopravivvere Me deve solo scrivere temi in italiano come se fossero stati scritti da tanti studenti del liceo italiano, perchè lui è madrelingua italiano, temi pieni di errori di ogni tipo da usare come esempio per i professori nella valutazione. Esempi, in pratica.
Telefona alla sua capa, che parla italiano, e le dice di cosa ha bisogno, andrà a prenderlo il giorno dopo e quando va a prendere il tutto si ritrova con quattro documenti che attestano il suo lavoro nei mesi di luglio agosto ottobre e un altro ottobre fotocopiato sicchè ne ha tre di documenti, che non è un contratto ma d'altronde senza il permesso di lavoro o la partita iva come facciamo a farti un contratto, come facciamo a farti fattura? Allora ditelo. Lo fanno apposta. Per mettere alla prova la tua mente e il tuo fisico.
Me torna a casa con questi fogli e Te è invece contenta perchè dimostra che lui ha già un lavoro, così passa il weekend e lunedi arriva il figlio del proprietario.
Suona infatti il campanello e si presenta con tutto già pronto, il nome di Me sul contratto, devono solo firmare sulla prima e sull'ultima pagina ma sull'ultima pagina c'è di nuovo solo il nome di Te, ma va bene lo stesso, anzi si può cambiare solo la prima pagina quella con il tuo nome e lasciare il resto così. Ma la prima pagina è stampata su carta diversa, più gialla, così sembra che vogliono nascondere qualcosa, ma poi non c'è la sua firma comunque...
Telefonano al figlio del padrone di casa, gli spiegano tutto e dopo una sincera risata di tutti fissano per il giorno dopo. Stavolta vanno Me e Te a casa sua, abita in un loft ricavato nel tetto con le finestre strane ma anche se è già sera ci dev'essere un sacco di luce qui, quanta luce e che vista che scavalca i tetti delle case di fronte e si apre sul fianco della collina pieno di palazzi, tetti e punte di alberi e la torre di Zizkov sullo sfondo. Non sembra nemmeno di essere nello stesso palazzo.
Il documento l'ha ristampato, tutto con lo stesso colore con tutti i nomi a posto, firmano di nuovo ridono e tornano alla loro vita. Me non è convinto: come fanno a provare che questo documento non è finto se non c'è nessun bollo o nessuna vidimazione? -e usa la parola vidimazione per mettere soggezione in Te della lingua-. Diavilo!

Tempo dell'ennesima telefonata ma ormai sono le sette e mezza gli uffici sono chiusi.
Il giorno dopo è la prima cosa che fanno, telefonano alle informazioni, e scoprono l'inghippo: intanto ci vogliono le fotocopie AUTENTICATE dei contratti di lavoro, il che vuol dire andare dal notaio per farle timbrare le fotocopie, il NOTAIO mammamia, e il contratto di affitto non serve a niente perchè non è legale ai fini della nostra richiesta. cosa serve allora?

Servono dei formulari da scaricare da internet, compilarli e poi portarli insieme a tutto il resto quando torneranno all'ufficio.
L'internet, un'altra invenzione geniale.
Dalla connessione UFO che hanno vanno sul sito della polizia per stranieri, dopo un breve peregrinare a casaccio arrivano alla pagina dei formulari che servono e in più leggono quanto segue, -tradotto in italiano ovviamente-
Oltre alla documentazione necessaria è obbligo presentare la visura catastale dell'immobile per appurarne la locazione esatta e la proprietà.
Il CATASTO. Oddio altri uffici trappola. Le previsioni di spesa incrementano esponenzialmente. Non ce la farà mai a reggere. Crollerà prima.
Scaricano i moduli da riempire, uno lo deve riempire il proprietario, l'altro lui e poi serve la visura. Ma è sera già, bisogna chiamare domani e domani è già giovedi e venerdi gli uffici son chiusi.
Comunque, terza telefonata (l'impiegata riconosce addirittura Te al telefono, la conversazione è sciolta, grandi sorrisi): allora come si fa a trovare il documento del catasto? Facilissimo, andate sul sito del catasto e digitate le informazioni sulla vostra casa e il sito calcola la visura immediata che potete stampare dal computer e allegare, ma dev'essere firmata? No, dev'essere firmato il modulo che avete scaricato al quale la visura non firmata dev'essere allegata.
Di nuovo il figlio del padrone di casa, perchè il giorno dopo parte per Brno e andrà da suo padre, potrà nell'occasione fargli firmare tutto, giovedi sera di nuovo a casa sua, consegnano i moduli che hanno già precompilato salutano, di nuovo una risata, ed è già venerdi e almeno andiamo a fare le fotocopie dal notaio. E carichiamoci 'sto pensiero di andare dal notaio. Fotocopiano i documenti di lavoro, arrivano dal notaio, suonano ed entrano, il notaio prende i fogli e li fotocopia lui stesso a sua volta, li timbra. In tutto dieci minuti scarsi. Ecco che arriva la ricevuta. (dovrete leggere il finale)
E' di nuovo lunedi, torna il figlio del padrone che ha con sé tutti i documenti firmati dal padre. Me e Te contano controllano si guardano negli occhi.. hanno davvero tutto?

27 novembre 2006

XII.2.1


Me Fratello di Kafka.
TTragedia comica in un prologo due atti e un epilogo

ATTO SECONDO

Caro il mio Kafka, siamo un pezzo avanti.

SCENA PRIMA
Una volta capito essere l'ufficio locato in differente quartiere, Me ha preso Te per un braccio e si son precipitati.
Bisogna prima prendere un tram, 4 fermate, prendere la metro, altre quattro fermate, si attraversa una strada a quattro corsie, si passa sotto un ponte dell'autostrada ed ecco gli uffici della Polizia per gli stranieri.
L'ufficio che si occupa esclusivamente dei membroni europei.
Dentro è sempre esplosione di corpi, nelle più svariate file su tre lati dello stanzone. Al centro una colonna quadrata circondata di informazioni in ceco, appese senza ordine e senza logica. Ai piedi della colonna ci sono formulari da riempire in diversi colori tutti in ceco, volantini in ceco.
Tutt'intorno gente gente gente.
Me e Te si guardano negli occhi ma non sanno che fare. Te comincia a guardare le informazioni sulla colonna, foglio per foglio, Me si mette in una fila a caso, magari è quella giusta. Te fa il giro della colonna, Me non ha ancora fatto un passo avanti. Te non è riuscita a capire niente ma sulla colonna ha trovato il numero dell' ufficio informazioni. Si allontana guardando il telefono, Me rimane in fila, immobile. Insieme a lui pakistani e nordvietnamiti e russi -rinnovano il permesso-; mamme con bambini sedute in due file di panche che chiudono ogni fila, insieme a bambini e ragazze e signore sfatte dalla mattina. Sugli sportelli in fondo di fronte a lui c'è il simbolo dell'Ue, sportelli 4 e 5: al suo livello la fila è ancora caotica -apparentemente- e compatta. non si è ancora ramificata e autodisciplinata. Magari, pensa Me, basta solo aspettare non è così difficile poi ma si sa la burocrazia ha questi tempi.
Il passaporto ce l'ho, le fotografie anche.
Un francese. Un signora enorme con i capelli sporchi. Tante borse di pelle. Un seno stretto in una maglietta nera. Arabi e neri francesi. Te, fuori oltre il vetro, fuma e parla al telefono.
Meno male c'è lei.
Giornali in russo e in cinese come macchie in uno stagno di cappotti. Il flash della macchina fotografica, a ripetizione. Dietro gli sportelli in un angolo c'è una piccola saletta con macchina fotografica per le foto che uno può aver dimenticato: te le fanno anche lì.
Me diventa nervoso: la fila non si muove.
Una ragazza, in un' altra fila con dei lunghi capelli attorcigliati in dreads, con una gonna abbondante, di cotone azzurro, dall'orlo sdrucito. Una maglia di lana con cappuccio, un giaccone anch'esso di lana anch'esso con cappuccio.
Già, oggi lui non indossa una maglia con il cappuccio.
Ancora cechi anziani a braccetto di qualcuno più giovane. E gente che come Me si guarda in giro e non sa che fare.
Te rientra riattaccando il telefono.
Allora, che ti hanno detto alle informazioni?
Perchè?
Non eri al telefono co le informazioni?
No, parlavo con Da***.
Silenzio.
Perchè non hai chiamato le informazioni? Sei stata fino ad ora al telefono con?
Con da***. Mi ha chiamato quando sono uscita.
Ma non eri uscita per telefonare?
No. Ero uscita a fumare una sigaretta.
-Silenzio, tutt'intorno diventa solo silenzio e persone sfocate sullo sfondo, come lo sfondo, fatte di sfondo.-
Chiami PERFAVORE le informazioni?
Va bene, stai calmo però.
La fila si muove di un passo. il neon illumina stancotutto quanto, piovono sonno e noia biancastri.
Qui non c'è un numero non c'è una fila logica. Me ha fame.
Te torna poco dopo.
Possiamo anche andare via, dice.
Come?
Si, ci manca praticamente tutto.
Ma ho il passaporto e le foto.
Vuoi venire via o no? Ci manca tutto, non voglio parlarne qui, andiamo via, ho fame.
Ho fame anch'io amore: andiamo.
Mi fai aglio olio e peperoncino?
Vieni! Ora Me e Te vanno a casa.
Bisogna prima passare sotto un ponte dell'autostrada, attraversare una strada a quattro corsie, prendere la metro, 4 fermate, prendere un tram, altre quattro fermate, scendere fino a casa.

XII.1


Me Fratello di Kafka.
Tragedia comica in un prologo due atti e un epilogo

ATTO PRIMO
Sapere o non sapere...

Chiudete gli occhi, sorvolate l'estate e salutatela con la mano, atterrate in autunno verso la fine di ottobre.
C'è sempre bisogno di documenti, quanti ne servono, quanti ne stampano ovunque. E soprattutto, c'è questa gran confusione sui documenti che nessuno sa mai niente di quello che ti serve veramente.
Diavilo.
Me, dopo aver riferito al ministero dell'educazione per il quale compila prove di esame pagate il minimo salariale, dopo aver spiegato al ministero dell'educazione che, essendo membrone della comunità eUropea ed essendoci accordi particolari bilaterali tra Italia e Repubblica Ceca, non servono documenti di lavoro, ed aver ricevuto in cambio sguardi di rimprovero tipo "il solito italiano che non ha voglia di fare un cazzo"; dopo ciò Me si ritrova comunque ad aver bisogno di documenti, non più per gli altri ma per sé, punto e a capo.
Al tempo dei colloqui per una vita nuova ogni ditta gli ha chiesto questo tipo di documenti e aveva un bel dire "Sono membro della comunità europea, non ne ho bisogno!", non sentivano storie, ci vuole il documento!
Adesso la produzione cinematografica Ceca consiglia di prendere il documento, così può avere una partita iva , quindi ci vuole il documento.
"E ci vuol la licenza!", sempre per parafrasare battute dai film.

Così, nell'autunno di ottobre, ricomincia la caccia. Ripensando ad Olsanka Due è preda dei sudori freddi, di visioni come i santi paleocristiani, del terrore di Saint Just, come fare, Me non vuole più tornarci, ha paura, non è capace, non vuole. Poi un giorno un'amica di Te che lavora nella Bigcorporation dove anche lui stesso ha fatto il colloquio di cui non si è saputo niente, parlando di lavoro per stranieri, suggerisce a Me di controllare un sito internet dove può agilmente trovare altre offerte per chi non parla ceco: in fondo le comunità internazionali sono abbastanza numerose in questo paese e le occasioni non mancano sempre se uno non lavora nel cinema ovvio.
Perchè non provare, si sente fortunato e la vita nuova deve cominciare davvero, se lo merita, diavilo, si sbatte un sacco per cercare di portare a casa il pane, non puè credere che non serva a niente, così accende il computer rubando il segnale internet wi-fi al dirimpettaio, come fa di solito finchè un giorno se ne accorgerà ma sicuramente ha un contratto flat, non paga per quanto scarica dal computer ha una connessione flat appunto e può fare ciò che vuole anzi, Me spera che non lo scopra mai perchè si è stufato di mappare tutti gli internet cafè della città, ogni volta torna a casa o pieno di thè o pieno di caffè.
Insomma, Me apre la pagina web in inglese e comincia a ciacciare nel sito proposto e cosa trova? Cosa trova? Bisogna creare un poco di suspence.
Abbassate le luci, concentratevi, ricordatevi tutto il prologo perchè senza quello non vale niente quello che leggerete.
In un angolo della pagina bisogna cliccare per le informazioni su come avere i documenti necessari a vivere in questo paese: si sente fiero, ci è già passato, sa già tutto lui.
Olsanka Due.
Ma vuole leggere per curiosità, saranno le stesse informazioni dell'ambasciata solo che dovrà tradurle dall'inglese, ancora peggio. Carica la pagina e legge subito Olsanka Due infatti, di nuovo i sudori le visioni il terrore, poi continua a leggere e i suoi occhi non vogliono crederci.
Non vogliono crederci.
Proprio non vogliono crederci.
Legge la famosa scritta "Members of eU" e l'indirizzo dell'ufficio a cui rivolgersi è un altro, è diverso.
Diverso! Diverso! Diverso!
Me realizza che non solo ha sprecato tempo prezioso della sua non-vita in un luogo incredibile, soprattutto Me realizza che la stronza -adesso si riempie la bocca con questa parola che si gonfia e si gonfia fino a diventare una mongolfiera colorata- la stronza lo ha mandato in tutto un altro posto.
Non ci crede. Legge e rilegge con incredulità le informazioni. L' indirizzo è un altro, senza alcun dubbio.
Un altro ufficio, signore e signori, perchè lui, lui è membro della comunità eUropea!
O, a questo punto, è solo il solito membrone.
Il primo atto finisce qui, non penso serva aggiungere altro.

Cala il silenzio sulla rabbia che mai potrà esprimere. Perchè i signori non manifestano le loro emozioni, così come i membroni.


20 novembre 2006

XII.0 (dodici?)



Me Fratello di Kafka.
Tragedia comica in un prologo due atti e un epilogo

PROLOGO
Chi ben comincia è a metà dell'opera,
e chi mal comincia?

In occasione di un lavoro appena trovato per una produzione cinematografica Ceca, è stato richiesto a Me un documento di lavoro e di soggiorno valido nella Repubblica Ceca. "Ti ci vuole sennò non possiamo pagarti legalmente, questo tipo di pagamento che ti facciamo adesso lo puoi avere solo una volta all'anno."
Come fare? Bisogna essere pagati, che diavilo, come si fa a campare sennò?

Adesso chiudete gli occhi. Salpate dall'autunno d'ottobre, salutatelo con la mano e come i gamberi tornate all'estate, la scorsa estate.
Si era di luglio, nuvoloso e afoso luglio.
Ha trovato, grazie a Te, quel lavorino per il ministero dell'educazione, ma per assumerlo, inizialmente, avrebbero avuto bisogno del permesso di lavoro e del permesso di soggiorno.
Me, che non sa niente e non ha mai voluto saper niente di burocrazia, ha pensato quindi bene di rivolgersi alla sua ambasciata -ambasciata si scrive con la A maiuscola? Ma non se lo meritano- perchè lì parlano italiano e sicuramente, pensava, mi possono aiutare. Cosicchè, da sventurato qual'è, si avventura in quel di luglio per la ripida salita della via Nerudova, la strada dove, sopra un portalone nero borchiato d'argento, sventola la bandiera tricolore insieme a quell' altra blu con le stelline gialle in cerchio, simbolo dell'Unione europea -ma era meglio Unione (e)Uropea-; è un giorno della settimana, un martedi, e il portalone nero borchiato di argento è chiuso. Suona il campanello speranzoso e una voce risponde dalla griglia di plastica del citofono.
"Mi dispiace ma l'ambasciata oggi è chiusa. Deve tornare domani dalle 9,00 alle 12,30. Arrivederci."
Non ha il tempo nemmeno di ringraziare che il suono secco della fine delle trasmissioni arriva ad interrompere il breve incanto. Eh si, è proprio l'ambasciata italiana, non si sbaglia non si scherza.
Ma tant'è. La giornata per quanto sia luglio è grigia, manco a dirlo, perfetta se fosse inverno per andare a leggere o tornare a letto. Ma fa caldo, quel caldo afoso di luglio, così va a farsi una bella passeggiata per Praga. La via Nerudova è nel quartiere di Mala Strana, sotto il castello anzi porta proprio al castello, il vero centro di Praga, quello delle cartoline e delle centinaia di migliaia di turisti al secondo. Così ne approfitta per una bella camminata tra le vie dei sogni...

Il giorno dopo rieccoci: riaffronta con una pettata veloce e sigaretta in bocca la Nerudova e riarriva sfiatato al portalone nero borchiato d'argento che stavolta risulta aperto, almeno una porticina ricavata nello stesso. Un Carabiniere in uniforme, posa da statua, lo saluta in italiano prima di chiedere i documenti. Lo fa entrare, metal detector, "Può tirare fuori il computer dalla borsa?" lo controlla, tutto è regolare. Alla sua destra una piccola porta di legno chiaro immette in un' antica stalla, dove hanno ricavato degli uffici illuminati dal neon. Dentro, dietro vetri affumicati seppia, stanno tre impiegati: davanti a loro la solita piccola folla di questuanti italiani. Tre ragazzi giovani, con zainone, in evidente fase di interrail europeo, hanno leespressioni bastonate di chi ha subito il furto di un qualcosa di essenziale, tipo portafoglio con tuttiidocumentidentro. Un signore anziano fa valere le sue ragioni ad uno dei tre sportelli. Non abita a Praga, ma in un paesino della provincia: per lui è stata un'avventura anche solo raggiungere la stazione. E' però umbro, perugino per dirla tutta. Ha in mano caterve di documenti che fa vidimare all'impiegato occhialuto dietro al vetro. Altre persone sbiadite aspettano negli angoli. Sembra inverno nonostante sia luglio. Davanti a Me una giovane coppia, lei ceca -ma guarda un poco-, lui italiano di milano, stanno discutendo animatamente con una romana dietro al solito vetro. La romana li tratta con sufficienza come se fossero dei rompicoglioni. Me sente improvvisamente di non voler assolutamente capitare tra le sue grinfie ed altrettanto precisamente SA che proprio da lei finirà per essere spolpato. Il milanese ad un certo punto alza la voce.
"Ma come dobbiamo fare altri timbri, ma come? Ho telefonato e mi hanno detto che era tutto in ordine che i timbri non servono più, ma insomma uno per sposarsi cosa deve fare?"
E gli scappa un "cazzo" che fa sorridere la, tocca dirlo poi darete ragione a Me, stronza romana. La ragazza ceca cerca di calmarlo, lui non si calma, ma ci pensa la romana.
"Insomma qui siamo in ambasciata non può venire qui a fare le piazzate.. se le dico che ci vogliono i timbri, i timbri ci vogliono.. non la faccio io la legge, comunque se vuole chiamiamo un mio collega e chiariamo la situazione."
Così il collega arriva, due grandi occhiali spessi che guardano timidamente tutti i fogli e dopo una veloce valutazione dichiara che i timbri non servono più, la documentazione è a posto serve solo un fotocopia autenticata. Rapidi sguardi di odio da una parte all'altra del vetro, ma la romana non chiede certo scusa. E' romana, lei ha sempre ragione. Me guarda il simpatico signore umbro sperando che finisca prima della coppia ma ovviamente la coppia finisce prima del simpatico signore umbro e Me capita preciso diretto dove non vuole andare.
"Buongiorno, mi manda la ditta dove devo essere assunto, ho bisogno di capire come fare ad avere un permesso di soggiorno e un permesso di lavoro."
"E cosa è venuto a fare qui?"
"Ma.. è l'ambasciata italiana, pensavo che mi avrest.."
"Appunto, questo è territorio italiano. Noi non c'entriamo niente"
Si immagina chiudere gli occhi, serrare le mascelle, guardarla con odio, la stronza, dirle "Ti spaccherei la faccia" a denti stretti.
"Allora può dirmi, PERFAVORE, dove devo andare. Almeno un aiuto visto che è l'ambasciata me lo darà, penso, no?"
A malavoglia la romana mi soppesa con lo sguardo, si volta e su un post-it verde segna dei numeri.
"Deve andare in Olsanka Due, alla polizia per gli stranieri, è laggiù che deve chiedere i documenti. Le lascio anche il numero di telefono."
Passa il biglietto oltre il vetro.
"Dov'è Olsanka Due, scusi?"
"Non lo so, lo chieda a quelli dei tram. Buongiorno."
Un bel 'puttana.' ci starebbe come il cacio sui maccheroni o la ciliegina sulla torta.
Vabbè meglio uscire.
Me è di nuovo in Nerudova, scende a Malostranske namesti, chiede ad un'anima pia dove sia Olsanka Due-in inglese- e quello per magia lo sa e sa anche che tram deve prendere.
Arriva il tram, Olsanka Due si trova a Zizkov, vicino a dove abita lui, relativamente vicino almeno cioè lontanissimo.
Arriva in Olsanka, in una via che sembra un'autostrada, e trova davanti a sè una scenografia da De Chirico con dentro esplosioni di Pollock. Il palazzo è largo e alto inseme, funzionalista e anonimo come i palazzi funzionalisti dovevano essere, marrone nocciola e annerito dal traffico. Sgorate scure bluastre sotto qualche finestra. Un vero palazzo comunista dello stato. Nonostante il colore chiaro è tenebroso, pieno di finestre tutte uguali, regolari. Pieno di uffici tra i quali perdersi. Me pensa a Kafka, ha un principio di svenimento ma si forza ad abbassare lo sguardo verso l'entrata, verso le anime.
Davanti all'ingresso, alla bocca della balena, ci sono almeno 150 persone accampate e in bivacco: persone di tutti i colori che uno può immaginare e anche oltre.
Coraggio.
Si inoltra dentro sperando di poter sopravvivere, si dice che dentro sarà meglio, ma dentro la balena è il buio più completo: cartelli con scritte in ceco solo in ceco lo sovrastano lo annientano lo circondano, quale modulo dovrà prendere, quale modulo farà per lui, quale sarà l'ufficetto nel quale mettersi in fila e quale sarà il numerino che deve prendere per raggiungere l'ufficetto che serve a lui nel quale mettersi in fila, e cosa vorranno dire quelle scritte ed è veramente nel posto giusto e come farà ad uscire vivo da lì. E tutt'intorno a lui gente gente gente di ogni parte del mondo, fuori era solo antipasto è dentro il vero pranzo, strafoga di gente, tantissimi suoni sconosciuti, voci, parole che non capisce, nessuna ne capisce eparlano tutti e prova a domandare se qualcuno parla inglese ma nesusno parla inglese, ad un certo punto una si, lo parla l'inglese, e gli dice che se non ha preso il numero dalla mattina può anche andare via perchè chiuderanno prima del numero che prenderebbe. O così sembra a lui di aver capito.
Non è giornata, pensa, e immediatamente sente il bisogno di prendere una boccata d'aria, uscire, dimenticare anche di aver pensato di lavorare in un paese che non è il suo... Fuori è uscito il sole, l'afa è primordiale da vulcani selvaggi pieni di lava che passa tra le scarpe.
Si ricorda che ha dei numeri di telefono, prova a chiamare.
Una gentile voce automatica in ceco e poi in inglese afferma che i numeri sono ormai fuori servizio da un anno.
Ma come?
Dio bono, viene voglia di distruggere qualcosa, distruggere distruggere distruggere!
Tornare all'amabasciata?
Meglio telefonare, trovare il tempo di risolvere la cosa e poi tornare per sfasciare la faccia a quella stronza -e non è bello offendere ma credete a Me, sempre troppo poco-.
"Gli uffici sono già chiusi, riapriranno domani."
La gentile centralinista, che infatti è ceca non è italiana, gli comunica come salvagente il numero della camera di commercio italiana a Praga, magari possono aiutarlo loro chissà.
Me chiama.
"Ma, veramente noi non sappiamo come aiutarla, l'ambasciata quando non sa cosa fare è solita dare il nostro numero.. no non si preoccupi non è il primo.. ormai siamo abituati all'ambasciata.. ora sento un collega.."
Aspetta al telefono.. hai capito l'ambasciata... quanti soldi sprecati anche fuori d'Italia, ma l' impiegata romana dai capelli tinti di rosso è stata chiara "Questo è territorio italiano!", e allora di cosa si meraviglia..
"Ecco, allora ho parlato con il mio collega e in base a degli accordi bilaterali tra Italia e Repubblica Ceca Lei, che è anche cittadino membro della comunità eUropea, non ha bisogno nè di permesso di soggiorno nè di permesso di lavoro, solo della carta di identità."
"Tutto qui?"
In quel momento Me non si sente membro della comunità eUropea, si sente solo membro, un grandissimo membro, un membrone.
"Si, è tutto."
"Grazie, è la prima persona che mi aiuta oggi"
"Ma si figuri.. arrivederLa"
Me riattacca.
Si guarda indietro, occhieggia tutta la fila che non dovrà più fare, alle centinaia di poveri cristi circondati di scritte e voci che non parlano nessuna lingua se non la loro.
Vorrebbe solo sfogare la rabbia contro l'ambasciata contro quella stronzaaaaaa -avete capito adesso, non è bello offendere, si sa, ma il troppo è troppo-, ma è semplicemente contento di poter tornare a casa. Ha finito il credito nel telefono, ha finito anche i soldi. Trova un bancomat, ma la carta è bloccata. Nonostante ci siano i soldi la carta è bloccata.
La sua carta della sua banca italiana che non comunica mai niente.
Ma il sole splende, i vulcani sono tutti accesi.
il prologo finisce qui.

12 novembre 2006

XI (jedenact)

Quest'Italia così simile a Me.
Me legge i giornali su Internet da quando è emigrante, costano meno che comprarli, per poi leggere cosa? almeno risparmia per le sigarette e le bevute, per l'enfisema e il fegato gonfio, che fanno sempre piacere più che le cattive notizie.
Dall'avvento del nuovo governo Me ha realizzato come l'Italia in questo momento difficile, ma quando mai ha avuto momenti facili l'Italia?, somigli a lui stesso in persona, come un' estensione pluricorporale della sua esistenza misera e singola. L'unica fortuna è che il governo di sé stesso è solo colpa sua così può schiaffeggiarsi con voluttà allo specchio senza cercare nessun altro.
Se sovrappone le due storie sono identiche, almeno nelle premesse, nonostante il paragone fra un singolo e un paese intero sia sempre complicato. Ma sarà italiano anche lui quindi, come gli hanno sempre insegnato, il microcosmo è uguale al macrocosmo. Così sembra, senz'ombra di dubbio ai suoi occhi.
Così legge dell'Italia piena di debiti, esattamente come Me. Debiti fatti per mantenere il proprio status di disoccupato di lusso con aiuti familiari, per non farsi mancare niente, per assaporare com'è la vita dello spendispandieffendi. E il suo paese, dopo 5 anni di naso in aria e tuttovabene, si risveglia dal suo meraviglioso sogno a tasche vuote, sommersa da privilegi insostenibili e un'intera classe dirigente che ha già le chiavi del paradiso in tasca. Così anche Me, dopo un lungo sogno trasformatosi al risveglio in un incubo ha scoperto di condurre una vita dal futuro insostenibile con suo grande rammarico, di mantenere un'immagine dorata e splendente che non ha più soldi per portare avanti.
Così simile l'Italia a Me.
E durante il carnevale infinito del governo precedente, pur di mantenere la posizione, Me come l'Italia ha solamente pensato a spendere spendere spendere, così allegramente ed era bello non c'è che dire, contraendo debiti con la sua banca, debiti che lo hanno legato alla banca a filo doppio per altri due anni. Ha preso una carta di credito con debito a scalare, per coprire i piccoli buchi dalle pause del lavoro nel cinema, che si sa, non è che è sempre continuo, specie se c'è crisi ma si fa finta di nulla. E la carta di credito con debito a scalare, cioè una carta di debito, gli ha succhiato 16 euro al mese -le vecchie e spaventevoli 32000 lire- di interessi residui. Oh si, l'ha usata e abusata in ogni modo possibile, perchè bisogna farsi mancare qualcosa? i soldi ci sono, i soldi arriveranno, intanto si va sotto, ma per poco che diavolo, specie se poi la famiglia in qualche modo lo può aiutare. Perchè no? Meglio star bene oggi che domani.... non gli hanno sempre insegnato "quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia, del doman non v'è certezza"? e allora che cosa pretendete? E tra la cicala e la formica, Me sha sempre preferito la cicala, che nella sua terra significa anche fica, quindi guardate un pà se si rinuncia alla bella vita. Comunque, Me paga una quota, una rata di 300 euro al mese, così rientra piano piano del debito. Ma da tre mesi non sono più 300 euro perchè per contenere il debito della carta di credito ha dovuto prendere un altro prestito così la rata è aumentata a 400 euro e gli interessi dove li mettiamo? se spende 300 euro al mese ne deve pagare 450, di cui 35 sono di interessi -le sempre care 75000 lire, badalì-, perchè più il debito aumenta e più il debito si protrae, più gli interessi aumentano. Così si ritrova a oggi con 2650 euro di debito con la banca interessi esclusi ed è il momento di chiudere la festa, il carnevale lascia il posto ad un lungo lunghissimo mercoledi delle ceneri, infinito, in cui dovrà lavorare solo per pagare i debiti non per guadagnare qualcosa, non per costruire il suo futuro. Solo pagare quello che ha festeggiato negli anni passati. Ben gli sta, viene da dire, ma non è questo il punto. E' che l'Italia sembra così simile a lui in questo momento, il momento in cui la festa è finita ma nessuno vuol ancora tornare a casa, soprattutto una classe politica che non sta più dietro a niente, lenta così lenta nell'inseguire la vita che gli sfugge di mano, ma anche una classe industriale che non si occupa più di far crescere la comunità, ma solo di mantenerla in una servitù della gleba perchè così non corre rischi. Questo momento in cui si vuole, con intenzione segreta o no, ancora far finta di nulla e vivere come si è vissuto fino ad adesso, perchè si sa mantenere la posizione è importante, fondamentale, vitale, "non è duro vincere la coppa America, è mantenerla in proprio possesso la vera sfida", non è questo che hanno raccontato per anni? spendispandieffendi: questo momento sembra finito, con buona o nessuna pace di tutti. Non ci sono più franchi né marchi né euro né le benedette lire per festeggiare. Eppure Me l'ha capito. Si è rimboccato le maniche, tagliato le spese. conta tutto quello che guadagna, lo divide, lo riconta. Si preoccupa finalmente del bilancio familiare perchè è stufo di regalare soldi alla banca e anche se il debito finirà l'anno prossimo, un anno esatto da oggi, saranno gli ultimi che regalerà alla banca che lo liscia con un mano ma con l'altra lo spinge senza difese nella sua bocca. La sua banca non lo protegge, non lo consiglia, la sua banca lo consiglia solo per legarlo ancora di più a lei. Come un medico che invece di guarire un paziente lo costringe a letto con le medicine che vende lui medesimo e allora guadagna sulla durata della malattia. Che cazzo, scusate il francese, non va bene. Non è fare le autotrade il vero affare, il vero affare è la manutenzione, non gli hanno sempre detto così?
E allora perchè l'Italia non capisce quello che uno stupido come Me è riuscito a capire da solo? Perchè il suo paese dal quale è lontano per sua fortuna, continua a credere che la festa non sia finita? E perchè soprattuto la festa non finisce mai per tutti, ma qualcuno, alla faccia loro, continua la festa come se niente fosse?
Così simile a Me l'Italia, così facile a spendere quello che ha guadagnato in tutta una storia e così restia a capire cosa ci voglia per poter spendere di nuovo tra un pò. Non adesso. Eppure, come sempre, è facile abituarsi a stare bene. Meglio fare debiti sperare nel futuro, nel bingo, nel grattevinci, nella lotteria. Meglio sperare che domani vada bene, che non mangiare l'aragosta oggi. Perchè ci devo rinunciare? E se ho tra le mani una bella fica che faccio la figura del pellaio? Non sia mai, meglio le cambiali e i debiti che ti lconsumano che diventare formiche. Anche eprchè diciamo la verità, a Me le formiche stanno anche sui coglioni.
questo sabato finirà tra un anno esatto, salvo complicazioni.

02 novembre 2006

X (dieci!)

Considerazioni sulla casa di Me.
Me vive in un quartiere chiamato Vršovice, la via la omettiamo per ragioni di privacy, in un palazzo dalle mura esterne grigie, scure, di quel grigio sporco o volutamente serio, spaventevole, diffidente, che andava di moda durante l' esilarante occupazione nazista. Persino la zona del quartiere dove si trova la via, ha lo stesso sapore serio, spaventevole, diffidente, che andava di moda all'inizio dei lunghissimi e tranquilli anni '40. Ora poi che l'inverno è cominciato e il cielo è prevalentemente grigio acciaio (o bianco nebbia se volete), l'anima di quegli anni '40 si sente in tutta la sua malcelata avversità per la vita. Pesa come un sasso incollato allo stomaco che ti strappa i peli quando cerchi di levarlo. Uff.
Me abita al quarto piano, il penultimo, e l'unica sua isola è dentro le mura domestiche. Anche se da sotto la porta o dalla piccola finestra del bagno arrivano ogni sorta di odori nauseanti, tipo il sugo alla cipolla dal piano di sotto o l'odore di sigaretta alle 6,00 di mattina del bagno accanto, ecco, dentro casa in fondo si sta bene. Ci sono le sue cose, comprate all'Ikea, portate dalla sua casa in Italia, portate dalla casa di Te. C'è il loro stile, i loro colori, i loro discorsi e i loro odori. Una volta Te ha cucinato il formaggio fritto per la soddisfazione del palato di Me e il piatto è stato consumato in mezzora però il puzzo di fritto è rimasto per altri tre giorni.
La loro piccola neonata vita insieme.
La casa non è grande: due stanze un corridoio e un bagno dove per fare la doccia devi sgusciare tra il cesso e il lavandino che non ha mai visto così piccolo, nemmeno nei cartoni animati. Il bagno è piccolissimo, tutta la casa lo circonda come un abbraccio. Sincero forse, stretto sicuro. La parete del corridoio è in cartongesso ed è l'unica che li separa dall'appartamento accanto dove dal silenzio che fanno gli inquilini accanto sembrano morti, o forse sono di quei cechi all'antica che sono veramente sempre silenziosi e comunicano tra loro o a gesti o semplicemente con il pensiero. In origine, nei gloriosi anni '40 doveva esserci un solo appartamento, di recente ammodernato secondo le nuove disposizioni sulle unità abitative sufficienti, dio maledica Le Corbusier.
Stamattina Me, di sabato mattina dopo un venerdì "quasi" alla ceca di bevute- sigarette- chiacchiere- musica nel bar con le amiche di Te e Me ha ricordi di un harem composto da 11 donne e lui seduto al tavolo, ecco dopo una serata così, conclusa presto ma con strascichi fino alle 4,00 di mattina, ecco Me stamattina si è svegliato presto ma proprio presto. Il suo computer, quello con il quale mi passa gli appunti da pubblicare è ancora in assistenza per altre due settimane; lavoro non se ne trova ancora; l'Italia è sempre più lontana ed è un bene, mi scrive, perchè porta solo debiti- conti da pagare- informazioni sbagliate da controllare continuamente; i pochi soldi guadagnati a settembre finiranno nel giro di un mese, proprio a causa dell'Italia, dove era finito in un sistema di debito continuo che lo soffocherà per un altro anno almeno, prima di vedere di nuovo la luce. E che ci vuoi fare? Si scappa anche per cambiare vita, per vedere se via da dove sei nato puoi diventare quello che hai dentro parafrasando un film di cui non si ricorda il titolo. Ma tant'è: il computer non c'è, gli appunti arrivano lenti e sconnessi e spesso riguardano cose separate tra loro, senza apparente senso logico. Un appunto di Me, per esempio, riguarda la grande quantità di non-vedenti che circolano per le strade della città. Me li vede ogni giorno -non ve l'aspeetavate questa serie di giochi di parole-, più di uno al giorno e sono sempre diversi. Sono soli, spesso, ma anche con il loro cane, con il loro bastone bianco, con il loro accompagnatore, con o senza occhiali. Ma camminano, siedono nei caffè, si muovono, montano sul tram. Da soli, come persone normali. Certo, sono persone normali, che c'entra. La curiosità è vederne così tanti in giro. Non pensa Me, che ci siano più ciechi in Cechia che a Roma (e scusate il sottile gioco di parole) o a Firenze. Non pensa Me che i non-vedenti di Praga siano un esercito rispetto alle altre città italiane (le uniche con le quali possa fare un paragone). Ma in Italia non ne ha mai visti così tanti in giro. Così tanti, confusi tra la gente, nel traffico umano di ogni via. Dove li nascondono i ciechi in Italia?
Tant'è, è facile perdersi negli appunti scritti a mano senza ordine.
Me stamattina è uscito per fare la spesina del week end, il sabato pomeriggio chiude tutto ciò che è utile e anche se l'occhio alle 4,00 di mattina era sempre vigile e spalancato sul display dello stereo che si illumina all'improvviso per un'ora e poi si spenge eprchè è settato su una vecchia sveglia che nessuno ha mai sconnesso ma meno male non si alza il volume in automatico per cui è abbastanza inoffensiva non foss'altro per quel verde acido che non è lo stesso che guarda quando si addormenta; alle 8,30 è in piedi ingannato dalla sveglia di Te, ancora regolata sull'ora estiva quindi un'ora avanti, Misericordia ormai è tardi per tornare a letto. Bisogna comprare qualcosa per fare colazione, il pane è finito, il formaggio è finito, il tempo fa schifo che non vuoi nemmeno prendere un film in dvd da guardare mentre fuori la gente schianta di freddo? E le sigarette di entrambi sono finite, Cristo santo le sigarette come si vive senza sigarette?
La buona dose di relazioni interpresonali della settimana -il teatro, il vernissage di caricature e illustrazioni dei maestri russi, il bar, gli incontri pomeridiani al caffè, una birra dopo i cortometraggi di Eizenstejn, insomma la vita che ti scorre addosso e dentro- oggi fa: pausa. Me ha deciso già da ieri che dedicherà questa giornata, dopo la spesa, all'isolamento assoluto. Ma bisogna come detto fare la spesa per garantirsi di non mettere più il naso fuori almeno fino alla domenica sera. Così si doccia, si sbarba, si taglia le unghie, caffè. Nonostante l'odore di sigaretta dal bagno accanto lo abbia investito già dalle nove non può fumare in casa di prima mattina. Primo perchè non ha le sigarette, secondo perchè Te, ceh sta ancora dormendo, lo ucciderebbe. Il suo olfatto la mattina appena sveglia è così sensibile e così strettamente collegato con il nervosismo e l'isteria. Me si veste alla chetichella, esce di casa di soppiatto. Sul pianerottolo annusa l'aria del palazzo: qualcosa sta marcendo sotto il perenne odore di sigaretta. Scende le scale e al piano di sotto, al terzo, l'inquilina che vive sotto di loro è già fuori seduta su una piccola sedia di plastica azzurra a fumare la sua ennesima sigaretta. Non è la prima della giornata, nel piccolo portacenere di vetro i cadaveri storti di altre sigarette hanno avuto il tempo di mescolarsi con l'aria viziata e dire che c'è un balcone comune ad ogni mezzanino, basterebbe così poco per vivere bene.
Ma non è il palazzo della buona educazione, no.
Il mostro del terzo piano ha i pantaloncini corti, sempre gli stessi, offrendo alla vista gambe orribili piene di ferite dimenticate e cellulite in fase avanzata. I capelli neri -tinti- corti la rendono ancora più uomo e mostro. Non ride, saluta appena, sembra sempre perennemente incazzata con tutti. E fuma nel corridoio del palazzo per non fumare in casa perchè ha un bambino in casa, così appesta tutto il resto del palazzo. Che cazzo gliene frega a lei? Me continua a scendere e mentre scende l'odore viola dolciastro del marcio, come ogni giorno, diventa ancora più forte. Al primo piano, dentro l'interno 6 vive il suo incubo. Ci abita una signora sola, che lavora tutto il giorno per tutta la settimana. Ma, essendo sola ed essendo consuetudine di avere almeno un cane in questo paese dove tutti hanno un cane, anch'ella un cane, nuovo di zecca, assemblato per l'occasione. Purtroppo per il cane nuovo di zecca la signora bionda, grassa, unta, forse russa, di quei russi di vodka, lontani dalle immagini sia del comunismo che del capitalismo mafioso odierno, un pezzo di russia lasciato in un altro paese a marcire nel palazzo dove abita Me, la signora in questione lavora come detto tutto il giorno tutta la settimana: insomma, il cane abbaia come un disperato tutto il santo giorno perchè lasciato solo chiuso in casa dalla signora che lavora, e abbaia ad intervalli tremendamente regolari, svizzeri, e siccome Me non lavora, torna a casa il pomeriggio per leggere magari o per provare a scrivere, semplicemente per ripararsi dal freddo anche, masturbarsi qualche volta, dormire un poco. E il cane, piccolo, già sporco come la padrona e puzzolente, si immagina, abbaia abbaia abbaia abbaia. Senza che nessuno nel palazzo si azzardi a denunciare in qualche modo la cosa. come se fosse normale, prima o poi il cane si abituerà a star solo che problema ci dev'essere... e intanto il cane abbaia abbaia abbaia abbaia. E la signora del terzo piano si accende un'altra sigaretta seduta sulla sua piccola sedia azzurra di plastica. Me sente il rumore dell'accendino mentre scende i gironi dell'inferno.
Odia questo palazzo.
Raggiunge il piano terra dove la doppia porta di ingresso lo separa dal resto del quartiere dove vive. Al piano terra vive sulla destra delle scale, quando si scende ovvio, una coppia di zingari, forse rumeni, anch'essi con il loro bravo cane. Perchè tutti hanno un cane, minimo.
Sono anziani. L'uomo si muove, vive in giro, a volte lo ha incontrato, sempre con il cane, mentre rientrava in casa o mentre ne usciva. La donna è sempre chiusa in casa, vive sul divano di fronte al televisore, senza denti, anoressica, sporca, sporchi sembrano entrambi di quello sporco vecchio e incallito che diventa pelle, si sostituisce alla pelle. A volte sta alla finestra, controlla quello che succede, guarda fuori sempre a finestra chiusa, non ha mai visto la sua finestra aperta. O sta lì alla finestra o sta sdraiata sul letto-divano a guardare la televisione. Dal loro appartamento proviene la puzza indescrivibile che ammorba tutto il palazzo, quell'odore viola e dolciastro della carne quando va a male. E sembra che lì dentro di carne che va a male ce ne siano stive intere, esperimenti di decomposizione, gatti morti e topi rancidi rimasti sotto i mobili per anni decenni secoli. Foreste pietrificate di animali morti putrefatti in elegante esposizione dentro casa. Si tappa il naso, entra nel corridoio di ingresso dove le cassette della posta in metallo verde fanno orribile mostra di sé. Ha ancora il tempo di osservare il mosaico del pavimento, in bianco grigio e nero: sono svastiche che si inseguono per tutto il corridoio. Severe regolari diffidenti. Ordinate. Serie. Andavano di moda nei gloriosi anni '40.
è tempo di uscire a fare la spesa prima che tutti i negozi chiudano.
Il sabato viola di pioggia e topi morti finisce qui.

21 ottobre 2006

IX (nove)

Toccata e fuga nel capitalismo selvaggio.
Ed ecco che l’Italia, come un porto visto dalla nave che ha già preso il largo, è lontana, lontana, lontana. Lontana come il calore del sole al sud. Lontana come il sogno di qualcosa che, appena svegli, si è già dimenticato. Perché Me non si sofferma mai molto sul passato. Specie se il passato è felice, gioioso, pieno di riconoscimenti.
Me allontana da sé, come sempre del resto, ogni pensiero che possa tranquillazzarlo: non fanno per lui, così se ne libera appena può.
Vuoi mettere, scrive nei suoi appunti, rimuginare sulle cose che non riescono, sulle cose che vanno male. Che gusto c’è a crogiolarsi su cose che sono andate bebe?troppo facile.
Così Me è tornato nel freddo, il freddo pungente del centro europa. Il freddo che non rilassa, il freddo che non mette sopore ma voglia di muoversi, se non altro per scaldarsi: il freddo che riporta alla realtà.
Non più protetto dalle Alpi e dalle montagne austriache eccolo di nuovo esposto ai siderali venti di Siberia. Venti che portano sempre ondate di futuro incerto e conti in banca al limite della telefonata del direttore.
Non manca il sole oggi, anche se non scalda: ma c’è, illumina questo cielo freddo e terso, ottimo per proiettare i pensieri.
È tornato da tre giorni Me, dopo un ennesimo viaggio in autobus, carico stavolta come un emigrante dei tempi andati: valigie stracolme legate con lo spago, dvd player al sicuro nella valigia involtato in piumone da letto e coperta di pyle –chissà come si scrive pyle, forse pile, vabbè..-, hard disk esterno pieno di film pirata da vedere e da masterizzare.
L’immancabile caffè del Padovani e il vino da regalare a chi ha aiutato Me.
Ma, sin dall’inizio del viaggio, sin da prima della partenza, sin dall’arrivo in Italia, c’è un unico pensiero che affolla la mente del nostro affezionatissimo: la vendetta.
Eh si, ci vuole un sano sentimento di odio nei confronti di qualcuno o qualcosa: aiuta a stare meglio, che diavilo! Vendetta contro le icone del capitalismo che ha sempre odiato ma che ha provato ad abbracciare, perso nel suo pensiero di futuro che non arriva mai e lo lascia con la telefonata del direttore di banca sempre in agguato.
Prima di partire sia la verybigcorporation che la finta agenzia CIA lo hanno scaricato ognuno a suo modo. La verybigcorporation con una telefonata del consulente del recruitment che lo informava dell’esito negativo nonostante la buona prova di ingresso. Ma aveva altre speranze per un altro posto di lavoro sempre all’interno della corporation. Un’altra mansione e ovviamente un altro stipendio. Minore, sicuramente minore. “Call me immediately whenever you come back to prague” gli aveva detto il consulente del recruitment. Ma Me non vuole chiamare. Se deve vendere l’anima al diavolo lo vuole fare per i soldi, per i veri soldi. Non per qualche elemosina da ventenne.
La vendetta vera però è un’altra e Me se la sta costruendo, come un castello barocco della Germania brandeburghese, mattone dopo mattone. La vendetta vera, stupida, informe, irragionevole è presentarsi da quella simpaticona bionda con il culone della finta CIA che, dopo avergli mandato il contratto via Internet da leggere e controllare tipo:

“As discussed, we would like to offer you a position of Account Representative with *****. The position involves management of some existing client accounts as well as development of new leads and new business; great enthusiasm and communication will be required from you. You would be also required to put your problem solving skills to use and work individually as well as a part of our team. Please note that thorough training and introduction to our industry and work methods will be provided to you.
We are pleased to offer you the top end of the starting salary range for this position which is 25.000Kc / month. This is a starting salary that is expected to grow at a reasonable rate after a reasonable period of time and your results. On top of that we discussed a bonus structure that is based on finding new clients and new business to ******.
There is a standard 3 months trial period for this position. At the moment we can offer you the attached contract with ****** registered in the ***, once your Czech working visa comes through, we would ask you to sign a normal contract with our Czech branch of the business (here in Czech called *********) The company would then pay your benefits – social and health.
Once you have looked through the contract, please give me or ******* a call (or email us) and we will be happy to answer any questions you might have. Subject to your acceptance of our offer, we would then like to proceed with further discussions as to your starting date and further details.
I look forward to hearing from you soon.
Kind regards “

Bene, Me era contentissimo, nonostante la partenza in Italia rimandasse l’entusiasmo di qualche giorno. Ma, dopo sole 56 ore, le ha contate il miserrimo, la stessa simpatica culona della finta CIA lo ha scaricato con tre righe senza spiegazioni, tipo:

“Good afternoon,
I regret to inform you that upon re-consideration of our offer to yourself, we are no longer convinced that there is a fit between our parties. Therefore we will not progress with the process of hiring your services for ******.
We wish you all the best in the future and in your search for employment.
Yours sincerely”.

Ditemi voi se uno può accontentarsi di queste righe del cazzo: soprattutto in quei due giorni che cosa è successo da far cambiare repentinamente idea?
Il ritorno a “casa” di Me comincia così: quello che vorrebbe fare adesso lo deve e lo vuole fare. E cosa vuol fare allora? Qual è la vendetta da mettere in atto?
Solo presentarsi per chiedere spiegazioni: a sopresa, andare in quell’ufficio, presentarsi e domandare.
Non elemosina il lavoro, non prega per l’occupazione. Non certo a questa che lo ha trattato… come lo ha trattato? O piuttosto come si è sentito? Quante domande generate da ogni singolo evento.
Me, dopo aver comprato un mobile a sconto ad Ikea ed aver contrattato il trasporto alla sua casa, ha deciso che il giorno dev’essere oggi. Ogni secondo che lo separa dal suo proposito lo allontana dalla sua energia. E l’energia è quello che serve adesso. Ha fatto un viaggio andata e ritorno in tram-metro-autobus, passato un’ora e mezza dentro l’interminabile labirinto di mobili morti e inservienti giallo-blu, bestemmiato per il costo del trasporto, subìto il controllo di una guardia interna che lo credeva un ladro dell’ultimo minuto e pretendeva lo scontrino, rigorosamente perso dopo dieci secondi. Sopravvissuto al connubio svedese-ceco di sorrisi e pedate nel culo.
Eccolo di nuovo davanti all’ufficio. Sembra passato un secolo dagli ultimi sorrisi scambiati. Un futuro che comincia… Me suona il campanello, il portone si apre automaticamente. Me entra, rientra nella solita saletta: adesso ci sono solo due scrivanie, una delle quali è proprio della biondona.
Non sente nessuna melodia di Morricone, nessun vento a spazzare il far west. Nessun sibilo e nemmeno pesanti stivali da cowboy pronti alla sfida finale.
Si guardano ma lei non lo riconosce. È lui a riconoscerla.
Il dialogo si svolge in piedi, senza sedersi, e non dura più di cinque minuti. Me è imbarazzato, la biondona è ancora più imbarazzata di lui.
“I just came here for MY further information: I sent you an email in which I asked for further infos but anyone replied.” Silenzio.
La culona non sa che dire, balbetta in inglese, cerca di sorridere. Proprio non se l’aspettava. Me sente il sangue scorrere veloce. Cosa ci vorrebbe a prendere una sedia e spaccarla contro il vetro. Le guance si fanno rosse, viola, lo sente e capisce che è il momento per calmarsi. Anche lei nota il rossore e può giocare a suo favore.
In fondo, cosa cazzo gliene frega, adesso che è lì, della sua stupida vendetta. Sembrava la cosa più importante del mondo, invece adesso?
La discussione va avanti. “We made a mistake: we are no longer convinced that..” “You already wrote me that: these are MY further informations? Don’t you think I deserve a lot more infos? You sent me the contract before and then, after 2 days you changed idea? What kind of professional behaviour is this?”.
Stavolta è lei a diventare rossa. La sopresa gioca comunque a suo favore.
La culona si irrigidisce: “We realized, after your reply, that your attitude and your motivations was not sufficient to us..”. ecco dov’è l’inghippo!
È nella sua risposta alla email del contratto:

“Dear **** & *****,
I received the copy of the contract and as far as I will read carefully every word I'll send you back an email or give you a call to arrange our final interview . If i'll have any questions or doubt I'll call you for explanations.
thanks again for your time and hope to see you all soon.
I'm coming back on late afternoon of friday september 22nd, so I think we can meet on monday september 25th if it's not a problem for you.
PS: you both look gorgeus!”

Ditemi di nuovo voi cosa c’è di tremendo in questa email. Me è convinto che non dica ancora la verità. Ma che verità ci deve essere? Forse è vero che ci hanno ripensato.
In fondo è la regola del capitalismo selvaggio: facciamo un po’ come cazzo ci pare, in fondo nessuno ha firmato niente, che volete da noi?
Si, vuoi cambiare vita, ma a noi che ce ne cale? E poi, Me ha un’illuminazione folgorante, quel complimento isolato in fondo ha fattopiù danni che altro: non sa come, ma ne è convinto.
La discussione può anche finire lì.
Continuare significherebbe litigare, forzare la simpatica culona a dire quello che sa già e che lei non vuole dire. Me non vuole litigare. Non ne ha bisogno, non ne ha il coraggio. E poi che coraggio ci vuole a litigare? È così facile.
Me è cresciuto in un altro mondo: in un mondo in cui servono le spiegazioni, in un mondo in cui, una volta avute le spiegazioni richieste, ci si rimette il cappotto e in silenzio ci si esclude dal massacro. Magari sarà vittima di un infarto a quarantanni, ma mai far vedere fuori cosa succede dentro.
Mentre esce si sente augurare buona fortuna. Ma non è di fortuna che ha bisogno e sente la sua voce dirlo mentre esce. Pensa che la fortuna l’ha già avuta. La sua più grande fortuna è stata quell’email di rifiuto. Quell’email ricevuta in Italia.
In Italia, in Italia…
Lontana come il porto visto dal ponte di una nave che si allontana.
Fuori fa freddo nonostante il sole. Me chiude il portone e rientra nella città.
Tutto qui, l’incontro decisivo è già finito, consumato. Chissà cosa si aspettava veramente prima di entrare lì dentro. Non può vincere contro il loro mondo.
Mentre gira l’angolo e guarda come al solito le facciate dei palazzi, si ricorda che non ha chiesto alla simpatica culona se veramente ha fatto produzione nel cinema, come ha detto di fare durante la sua ennesima intervista.
Ma è una domanda di cui sa già la risposta.
Così, camminando per Praga, eccolo Me, ripensare ad ogni centesimo di secondo della sua Italia, come si ricorda un sogno che sta per svanire.
Ma questa è un’altra storia, come dicono nei film.
E il venerdi finisce qui.

12 ottobre 2006

otto (8)

otto come infinito.
infinito il tempo da passare in Italia.
infinito il tempo per raccogliere gli appunti di Me.
nel frattempo uno tsunami è arrivato a spazzare ogni residuo di agosto.
lo tsunami del settembre inoltrato.
Respira Me, respira ancora di nuovo. Ma confondo il presente e il passato. Prima di tutto ci vuole ordine.
Abbiate pazienza.

10 settembre 2006

VII (sedum)

Dicono il sette porti fortuna.
Invece con il sette arriva l’uomo nero.
Non è ancora tempo per le crisi di nostalgia. Perchè Me non è il non più giovane Werther
In fondo, è stato via solo tre mesi, poco più.
Eppure, dopo quindici ore di autobus, (quindici) scoprire che non si hanno le chiavi di casa propria e che tutti i mazzi-copia non sono raggiungibili e che il tuo autobus è due ore in anticipo e ti scarica alle 6.45 di domenica mattina a firenze; eppure si ha ancora la forza di ridere. Perché l’assurdo supera sé stesso.
Emozionante.
Non è proprio nostalgia, no per niente. Perchè non è Amleto.
Dopo aver lottato tutta la notte a suon di sms per cercare di ottenere un mazzetto di due chiavi che gli spettano perché sono sue, no, non è proprio nostalgia. Perchè non è dentro un romanzo kafkiano.
E i denti che li sente, li sente pulsare dei prossimi ascessi a venire.
È il bisogno di imparare, solenne e lontano, irraggiungibile; di darsi un percorso, che abbia un senso; di capire cosa fare perché lui non lo sa.
Senza regole decise da lui.
E mentre, passeggiando alle otto di mattina per Prato, dopo tre mesi, insieme ai pazzi che parlano da soli in bicicletta, alle signore che vanno a messa, ai ciclisti della domenica che discutono del cambio, ai resti della festa della Madonna ancora per strada alle campane e al silenzio, il silenzio che pervade tutto, lungo irreale, incantato, bello, così bello; e mentre tutto questo sfila attorno, come fare a non pensare. Come fare?
Sta pagando qualcosa, ancora, ovunque? Per sempre?
Dovrà sempre pagare qualcosa, pensa.
Perché si capisce e si scusa tutto. Ognuno ha le sue buone maledette ragioni. Importanti vitali. essenziali. Cosa rimane da fare? Sospirare. Sorridere.
E Me? Sente male ovunque. Come se lo avessero picchiato in diecimila, gli avessero sputato sopra un milione di malati endemici, lo avessero torturato in una prigione sunnita. Soprattutto come se lo stessero ancora torturando. Lo torturano con le parole, con il loro suono.
Non merita nemmeno di dormire a casa sua. Questo è l’unico messaggio rimasto.
Come non convincersi che si è diventati l’uomo nero, tornato per spaventare, interrompere faticosi equilibri ancora precari, sconvolgere normali vite piene di vita.
Tornato per ferire? Uccidere?
Intanto deve lasciare le valigie in un bar del centro per non portarsele dietro, il mostro.
E fino a sera non sa cosa fare visto che le sue chiavi tornano con il buio: non sa cosa fare l’omicida.
Strano quest’uomo nero.
Quello che porta via i bambini, che li mangia la notte se non dormono, se non fanno i bravi.
Seduto, al tavolino esterno di un bar, l’uomo nero si gode il sole. Non ride, non è contento, non torna niente nemmeno qui.
Anzi, si comincia subito nel peggiore dei modi.
Me sente il sole. In fondo è sole del sud. Fa così caldo alle otto di domenica mattina.
E le ascelle sudano sotto la magliettina nera del viaggio. Bruciano, se solo il pensiero va alle sue chiavi.
Così bisogna chiamare gli amici in soccorso, rompere le scatole non appena messo piede in città. Perché nessuno ti può portare le chiavi. E chi potrebbe? Non lo fa. Ma, non per ripetersi, ognuno ha le sue buone ragioni. Cosa rimane da fare? Sospirare. Sorridere..
No, non è la nostalgia che mantiene aperte le palpebre stanche di una notte insonne. Perchè, alla fine se lo dice ridendo, non è nemmeno Remì.
Non è la nostalgia.
È il giramento di palle. Vorticoso.
Il dieci settembre finirà? Speriamo presto. Prestissimo, adesso.

08 settembre 2006

VI (six a ruota)

Vivi per il tuo pusher
Perché tutto comincia da qui. Venerdi di trasferimenti, mentali prima di tutto.
Come sarà tornare dopo tre mesi in Italia. Con l'autobus?
A Prato è la festa della Madonna e si festeggia. Oggi ci sono i fuochi c’è il corteggio storico finisce la fiera e ostendono la cintola della Madonna.
Me vive due vite, e non ce la fa: due vite sono troppe. Due vite sono troppe per tutti.
Così, si sveglia addirittura tardi, alle dieci di mattina: avrà meno tempo per preoccuparsi, forse.
E prima preoccupazione fra tutte oggi c’è il doping.
Il doping è finito. Correre ai ripari. No perché su quello non si discute. Possono finire tutti i soldi del mondo e ci si penserà. Ma il doping non può mancare.
Le voci non devono aumentare di volume, non adesso.
Sorride Me: ha mandato un sms ieri al pusher. Tutto a posto. Stesso posto stessa ora. Così oggi almeno ha un appuntamento sicuro, dal risultato certo. Immediato.
Ma l’appuntamento è solo alle tre del pomeriggio, così se sono le dieci che si fa da qui alle tre del pomeriggio? Si mette a posto tutta la cucina. Si lava i piatti, si pulisce la moquette, la odia la moquette, si aspira, si pulisce. Niente colazione, mangiare è superfluo. Chi non fa un cazzo ha bisogno anche di mangiare meno. Non ha fame.
Però fuma e si può fumare l’ultimo residuo di doping, tanto per uccidere la giornata al suo inizio.
Me ci pensa su. Comincia a prendere il necessario e si ferma subito. Una linguetta marrone esce dal pacchetto dorato delle cartine: segnala la fine delle suddette.
Fremono le mani. Deve proprio uscire al più presto allora.
Me decide per andare di nuovo a scaricare la posta in un internet cafè: una delle sue caselle si riempie di spam ogni venti minuti, va monitorata continuamente. Si rischia di perdere le mail importanti.
Si ricorda che lo devono chiamare dall’agenzia della c.i.a. per capire se lo prendono o no.
Deve fare qualcos’altro? No. La giornata è concentrata su quell’unico appuntamento nel pomeriggio. Tra l’altro, manco a dirlo, in un altro internet cafè.
Me esce di casa, tira un vento siderale che fa correre tutto il cielo, blu compreso. Il cafè almeno è vicino. Ma non ci sono tabaccai da quella parte. Mancano all’appello anche le sigarette. Così deve dirigersi dalla parte opposta, prenderà il tram da Vrsovice namesti e farà un pezzetto a piedi. Fa lo stesso. Almeno si leva anche il pensiero di fare il bancomat, lo fa lì in piazza. Prende un poco più di soldi per il viaggio di domani. Si chiede come mai nonostante il conto sia in rosso la banca rilasci ancora contante.
Ma tant’è, i soldi escono precisi lindi perfetti, 2000 corone in due pezzi da mille.
Solo questo vento…
Sulla banchina della fermata del tram c’è un anormale assembramento di persone. Il tram infatti non passa. Strano: da qui ne passano tre diversi.
Me aspetta. Insieme agli altri. Che non parlano non si chiedono non si domandano.
Solo macchine e furgoni. Dalla parte opposta passa inaspettato il 16. Di solito non passa da questa parte. Me subodora il tranello: intoppi nella linea delle rotaie. Si comincia bene anche oggi.
A piedi fino all’internet cafè, il solito vicino casa dove lavora Eva. Ma Eva non lavora più lì. L’aveva detto che sarebbe rimasta solo due settimane, poi sarebbe tornata la ragazza del principale. Me arriva completamente sudato nonostante il vento gelido. Ordina un te, accende il computer.
Rimane a ciacciare sul net, inconcludente, per un paio d’ore che si possono saltare.
Mentre sta uscendo lo chiamano dalla c.i.a. lo chiama la donna del giorno prima: vogliono assumerlo, parlano del compenso (25000 corone più i contributi ma meno le tasse). Hanno mandato il contratto pro forma all’indirizzo email. Si complimenta la donna e regala un sorriso a Me. Sorriso che muore sulle labbra di Me non appena riattacca.
Allora è vero che deve rinunciare a tutti questi anni nel cinema? Gli unici che rispondono e che hanno fiducia in lui appartengono alla vita vera. Deve andare in italia si risentiranno quando tornerà il 25 di settembre. Me controlla il cellulare.
Sono le due e trenta. Gli occhi si illuminano ed è subito nella Metro dimentico di tutto il resto: nell’atrio della stazione Namesti Miru c’è un piccolo fornaio, ci passa davanti. Stoico, non mangia, non vuole spendere i soldi.
Scende sotto per le scale mobili infinite, ha girato un video qua..
Infila nel vagone, direzione Dejvicka, fermata Starometska, Piazza della Città Vecchia.
Appena esce dalla metro il vento lo accoglie a schiaffi gelidi. Kafka Namesti, poi la piazza, bellissima travolgente come ogni volta che la vede. Il monumento di Jan Hus, al centro, e oltre, di fronte a Me, il castello di Dracula con i suoi tre tetti acutissimi e neri, ognuno dei quali ha altri tre piccoli tetti acutissimi sopra. L’oro delle croci poste sulle punte risplende sullo sfondo nero del cielo che corre corre corre corre oggi.
E anche Me corre, corre verso dlohua, la via dove il paradiso aspetta.
Arriva entra nel bar, ordina un caffè va in bagno rientra paga, accende il computer.
Ma deve ricomprare le sigarette. Si avvia al bancone.
Adesso fermatevi mettetevi a sedere.
Me non trova i soldi. I soldi che ha fatto appena due ore prima dal bancomat.
Dove cazzo sono finiti? Chiede gentilmente alla cassiera di aspettare, torna al suo tavolino, ci sono cinquanta corone dentro il librettino dell’abbonamento ai mezzi. Bastano per le sigarette, sicuro, ma dov’è il resto dei suoi soldi? Dov’è dov’è dov’è?
Comincia il panico. Il pusher arriva tra poco, come lo paga adesso? E i soldi tutti i soldi che ha preso per il viaggio? Merda.
Compone il numero di telefono del pusher mentre caracolla fuori dal locale: una voce metallica in ceco risponde che, anche se non lo capisce è chiaro, il credito è finito. Subito dopo un sms di “infolinka” conferma la tragedia nella tragedia.
riMerda. E allora ditelo che ce l’avete con lui…
Ok. La sua ragazza, che sta lavorando, è collegata al net con Skype. Le manda un messaggio: ricaricami il cellulare perché non ho più soldi e devo fare una telefonata importantissima.
La risposta non arriva: sta lavorando, lei.
Momento di decisione. Me comincia ad impacchettare quello che ha appena estratto, rimette tutto via saluta in fretta esce.
È in questi momenti che si vede la logica. Adocchia l’inconfondibile insegna di una banca e vi si dirige spedito. Non sa nemmeno cosa pensa. Non sa nemmeno se pensa in quel momento. La rabbia oh, la rabbia, meravigliosa potente rabbia. La rabbia di chi non può fare niente.
Mentre la macchina risputa i soldi, solo 1500 stavolta, pensa alla fine.
E se fossero scivolati dalla tasca quando ha pagato nell’altro bar? Già, lo hanno guardato strano mentre usciva, forse cercavano di dirgli qualcosa e non ci sono riusciti. Forse. Me si ricorda che i soldi li ha visti in tasca quando voleva pagare. Quindi c’erano.
Arriva, intanto, il pusher: Me lo accoglie in strada. È fortunato perché parla benissimo italiano, è meta italiano in realtà. Prende il pacchetto, consegna i soldi, si fa dare il resto, spiega velocemente la situazione poi l’ìilluminazione: deve fare presto non può prendere i mezzi, prenderà un taxi che lo porterà diretto all’altro bar. Il taxi è accanto a lui. Me saluta il pusher con parole farfugliate. Il pusher ride, ride di gusto mentre Me sale sul taxi, chiude la porta e rivolge la sua attenzione alla propria missione.
Il tassista fa presente in inglese improbabile che c’è tantissimo traffico e ci vorrà almeno mezz’ora.
Ma come? Più che con i mezzi? È un’ora di punta.
Pure. No, deve fare veloce. Fa partire il taxi comunque. Il traffico alla fine si rileva irrilevante: arriva in dieci minuti. Chiede quant’è.
E, dopo la sparizione dei soldi, ecco l’apparizione del ladro: 214 corone (7 euro e mezzo circa) che per qui è un furto. Ci arriva all’aereoporto con quella cifra. Lo hanno preso per il solito turista nonostante abbia cercato di dire le solite tre stronzate in ceco per fargli capire che lo sa che con i turisti gonfiano i prezzi. E infatti glie l’hanno gonfiato proprio bene il prezzo. Cerca di discutere ma non vuole discutere. Cosa sono 200 corone in confronto a quelle che pensa di aver perso e sono sicuramente lì ad aspettarlo? Già vede i sorrisi della cassiera che lo accoglie con i soldi in mano e in inglese gli dice “You ran away so fast, it was impossible reach you!” e tutto si aggiusterà con un bel sospiro di sollievo. Paga protestando ma il tassista si guarda bene anche solo dal rispondere. Prende i soldi in silenzio e rende il misero resto.
Me entra di corsa nel bar, raggiunge il bancone con cassa e sorride alla cameriera. Niente reazione. Spiega allora che deve aver lasciato dei soldi lì sul banco mentre pagava.
Loro non hanno trovato niente.
Me si siede.
Ma come?
Siete sicuri? Domanda inutile, sono onesti si vede dallo stupore con il quale lo guardano.
Me guadagna mesto l’uscita.ha con sé tutto l’occorrente.
Ancora non si capacita.
Telefona a Te, lei dice potrebbero anche averglieli sfilati dalla tasca nella metro. Qui lo fanno. Ma sta lavorando e deve riattaccare.
Me rientra in casa.
Ha deciso che si masturberà fumando.
Non è giornata oggi.
Ha dimenticato di comprare le cartine
L’otto di settembre spera finisca qui.

V (cinq)

Spleen, a sapere che vuol dire ma secondo Me calza a pennello.
Soprattutto, ogni giorno è costretto ad inventarsi qualcosa per non preoccuparsi.
Perché Me si preoccupa.
Me si preoccupa per la sua vita. La sua vita vera.
L’interviewwithabigcorporation, Me ha saputo tutto il giorno dopo, è andata bene.
I responsabili del recruitment hanno chiamato per complimentarsi: il suo test è andato molto oltre le loro stesse aspettative… che altro dire? Il test numerico? Una favola.
Si può permettere Me di sognare, di sperare di fare qualche castello? Tirare il fiato e dormire un secondo?
Nessuno più, da venerdi scorso, ha chiamato.
Il silenzio, prolungato dà da pensare. Come si deve comportare Me?
Cosa deve fare? Deve chiamare?
Una preoccupazione in più.
Me non è contento, nonostante oggi il sole splenda e l’aria sia finalmente calda di vento del sud.
Si respira oggi, insieme al sud, un’ansia improvvisa, diffusa. Un’ansia profonda anche.
È questa la vita vera che cerca Me? Senza una risposta, piena di incertezza, senza riposo, piena di speranze, senza conferme, piena di dubbi. E questa attesa infinita che qualcosa debba succedere.
Me sa che si sbatte tutto il giorno: è diventato l’uomo dei colloqui, non ha mai parlato di sé così tanto in vita sua.
L’uomo dei colloqui. L’uomo che cerca costantemente qualcosa.
Ma che non vede arrivare niente.
L’uomo che sembra aver litigato con la pazienza..
Quest’uomo, oggi, ha un altro colloquio, anche se la sua giornata inizia molto prima.
Ha infatti una tabella di marcia, per uno che non fa un cazzo, di tutto rispetto.
07.45 Falsa sveglia: è solo la sua ragazza che si sta preparando per andare a lavorare.
08.50 Sveglia: la prima cosa che vede è un ragno sul muro, nero, grosso, vicino. Leva il sonno.
La lavatrice in funzione, poi, fa ballare il cestello dell’asse da stiro rimasto lì da due giorni, con un fastidioso rumore di ferro.
Doccia, caffè freddo, c’è qualcosa da mangiare? Macchè.
09.50 Finisce la lavatrice. Come da istruzioni gira la manopola tenendola premuta fino al numero quattordici dei cicli di lavaggio. Riparte tutto il meccanismo.
Finita la lavatrice stende i panni finisce di vestirsi ed esce. Deve andare dalla sua ragazza a prendere i soldi, quei pochi che ha guadagnato col ministero della cultura.
10.20 Di corsa fuori di casa salta sul tram quasi in corsa.
Almeno c’è il sole, si sta bene.
10.50 Arriva in Malostranske namesti prende i soldi da Te saluti e baci veloci.
Deve mandare un fax in Italia con i suoi dati per un piccolo lavoro di tre giorni.
11.10 Primo tentativo alle poste di Malostranske namesti. Dopo aver atteso dieci minuti che arrivasse un impiegato qualunque viene comunicato che non si effettuano fax internazionali. Lo dirottano, dopo infinite preghiere in tutte le lingue, alle poste centrali in Jindriska, accanto a Vaclawske Namesti. Decide di optare per una bella passeggiata sotto il sole ed ha ragione. Oggi tutto brilla scintilla e i riflessi sull’acqua del fiume si appoggiano gentili dentro i suoi occhi. Persino le guglie e le cupole delle chiese dalla parte della città nuova sono affascinanti. Sembra oggi di vederle per la prima volta. Allontanano tutte le ansie al primo sguardo. C’è anche lo spazio per un breve sorriso.
11.45 Me raggiunge Jindriska, le Poste Centrali. Sembra di entrare in una banca del far west, oppure a Londra nel XIX secolo. Ci sono ori e stucchi e mosaici art noveau dappertutto. Tutto lindo perfetto arioso. Un solerte guardiano in uniforme sulla sessantina chiede cosa desidera. Me fa capire che deve spedire un fax.
La guardia indica un ufficetto alla propria destra, “Informace”: dentro c’è già qualcuno che parla con l’impiegata. Me tituba ma la guardia è pronta di riflessi:
“Mujete, mujete” (tipo “si può, si può”)
Me entra, l’altro esce subito, l’impiegata parla inglese “Desk number three, no ticket is required”
Sicchè Me va allo sportello tre. Una ragazzina con gli occhiali, intenta a timbrare tutto l’elenco del telefono del mondo, consegna un modulo prestampato in inglese e ceco.
Si richiedono il codice avviamento postale e l’indirizzo del mittente e del destinatario.
Fa presente che ha solo il numero di fax con sè e che non deve spedire una lettera.
La ragazzina non parla inglese, solo ceco, e lo fa pesare con ogni parola.
Con ogni suono respinge il povero Me al di là del pertugio nello sportello.
Ci riprova: consegna il foglietto monco all’impiegata che lo guarda schifata. Fa capire che non va bene.
E non guarda non cerca di essere accomodante. No. Me chiede se qualcuno dietro con lei parli inglese, che possa spiegare. “To nevìm” (nevim vuol dire “non so”)
Me accartoccia il biglietto lo lancia contro l’impiegata e sonoramente la manda a fare in culo mentre guadagna velocemente l’uscita. Perché non si sa mai.
12:00 Sosta per breve colazione ad un internet cafè. Ma il wifi è rotto e non ci si può collegare. Me ha già ordinato. Merda…
12:10 cambio dell’internet cafè, l’email è muta, come il telefono.
13:00 Appuntamento al ministero della cultura, per discutere di prossimi lavori che saranno pagati –pochissimo- forse a novembre: se la cava con 15 minuti di sbadigli.
14:00 Un altro caffè per controllare di nuovo la posta su internet. Magari qualche altra ditta ha risposto ai suoi annunci.
Ma il vuoto è il suo compagno preferito.
15:00 Me deve vedere un appartamento nel miglior quartiere della città: un vero affare. L’appartamento è bellissimo ma non si possono spostare i mobili, vanno tenuti in casa. E tutti quelli che hanno lui e la sua ragazza? Viene fatto capire che sono cazzi loro. Me chiede tempo per far vedere la casa anche alla sua ragazza che sta lavorando. Prende accordi per chiamare in serata fissare un nuovo appuntamento.

15:45
il tanto sospirato colloquio, in Belgicka ulice.
C’è già stato in questa piccola ditta: preparano sistemi di traduzione. Il responsabile del reparto operativo è americano e parla come un cowboy e pensa come bruce willis in armaggedon: “NO QUIT, ALL GO”. Ma ha una segretaria, Veronika, niente male: soprattutto il musino carino e queste due grandi tette, attirano le occhiate insistenti di Me. Lo portano, di solito, nel bar di fianco a bere un caffè e parlare di Me. Ma del lavoro che fanno lì dentro non si sa niente. Non ne hanno mai voluto parlare..
Oggi invece, niente bar: uffici!
Peccato che sia tutto vuoto smontato smembrato. Dov’era pieno di volti davanti ai monitor e sedie e telefoni e cavi e voci…. Nulla niente. Solo moquette sporca e avanzi di cavi tagliati. Me pensava che fossero un’ agenzia-copertura per la c.i.a., ma non pensava di essere così vicino alla verità. Forse lo sono davvero.
Un ragazzone, business dress code, lo introduce in un’altra stanza dove altre persone, per lo più donne, stanno al computer: anche qui dentro.
Quella che si presenta per prima e si alza dalla scrivania in tutta la sua potente femminilità, è quella che ha fissato l’appuntamento al telefono con Me.
È bionda, è donna. Me si innamora dopo un decimo di secondo.
Ohhh, come si può resistere a tanta bella donna così?
L’altra invece è mezza asiatica, forse messicana, forse americana, forse ceca con origini vietnamite del nord (i rifugiati comunisti li mandavano qui, ai tempi): più piccola, molto meno femminile. Ha delle strane scarpe, ballerine credo, con delle paillettes multicolore sulle punte. Sorride e all’improvviso quando fa le domande diventa seria guarda esplora.
Anche l’altra esplora ma dall’alto della sua femminilita.
Entrambe tengono in mano il suo curriculum. Entrambe massacrano le due penne che tengono in mano.
Il colloquio è veramente un colloquio: niente tests, niente domande verità. Non spiegano ancora niente ma alla fine sparano almeno la prima cifra di inizio lavoro.
Cioè niente proprio, un cazzo. Ci sarà una percentuale sul lavoro che riuscirà a fare in più, se sarà bravo.
Si, perché le due donne in questione appartengono al reparto sellsandcostumercare.
Così vanno a provvigioni. Come suo padre.
Dimmi te quanta strada ha fatto e quanto ha studiato e quanto ha sudato Me e poi?
Mica niente di male, per carità: ma poteva stare dietro l’angolo di casa, allora.
La bionda almeno è così piacevole da guardare. Bianca bionda slavata. Tutti gli stereotipi al loro posto.
Quando si gira poi, Me ha un sussulto. Vede colline, una casa, un cuscino, uno strumento musicale e tante cose ancora.
16:20 Il colloquio finisce e Me torna fuori, di nuovo in preda alle sue ansie e alle sue preoccupazioni. Deve fare il biglietto per tornare in Italia! Dall’altra parte della città..
Si tenta il record oggi.
Da un tram all’altro, da un quartiere all’altro si fanno subito le 17.10
Quanti soldi sono rimasti? Pochi… pochissimi.
Deve andare a casa veloce. La sua ragazza lavora così deve essere lui in casa alle 17.30, perché arriva l’idraulico e il muratore per aggiustare il bagno dopo due mesi circa.
La ragazza di Me è tornata alle 20.00
Il muratore non è ancora arrivato, il ragno è sempre su quel pezzetto di muro.
E il meraviglioso appartamento l’hanno pure prenotato prima di Me.
Il 7 settembre finisce qui.

31 agosto 2006

IV (cuatro)

Vita Vera.
oggi è giorno di colloquio. finalmente. Il primo colloquio da vita vera.
Per un lavoro vero.
Per una vita vera.
La nuova vita di Me.
Ieri me ha comprato le scarpe apposta per l'occasione. Nere, prezzo basso.
Me non ha la cintura giusta.
Me non ha la cravatta.
Me, svegliato da un camion che raccoglie rifiuti, ha il fiato più pesante di una zuppa di porri ed erba cipollina.
Non si fa la barba. Caffè, sigaretta, tazza del cesso. Vestizione di rigore.
Lo specchio riflette una figura che non è familiare: è Me, come nessuno lo ha mai visto.
Me vede solo difetti ma è tardi anche per quelli.
Esce di casa Me, chiude la porta fa due scalini.
Ha lasciato i documenti.
Entra, riesce, chiude la porta fa due scalini.
Ha dimenticato il cellulare.
Entra riesce chiude la porta fa due scalini.
Ha dimenticato le informazioni per arrivare al posto.
Entra, riesce chiude la porta fa due scalini, si ferma.
Ha preso tutto.
Il cielo è grigio, l'aria così fredda.
Tram, Metro, Destinazione.
La Destinazione del colloquio è un palazzo incastonato in un centro commerciale.
La metro accede direttamente al centro commerciale.
Così, alle 8.40 di mattina Me è dentro un centro commerciale, a Praga. I negozi stanno ancora aprendo, altri apriranno solo molto più tardi.
Il cielo è grigio. L'aria è fredda.
è troppo presto per presentarsi al colloquio.
Me ha finito le sigarette. Le compra, ne fuma subito una. L'alito cattivo, nonostante il dentifricio, aumenta.
Chissà se le ascelle suderanno? si chiede.
Si fa l'ora, entra nella Destinazione, lo dirottano al 5° piano. Reception, gente che va e che viene, which is your tutor? Me risponde. Arriva il tutor, riunisce i candidati, tre in tutto, Me e due ragazze più giovani. Hanno paura anche di parlare sembra.
Si, le ascelle stanno sudando e diffondendo umidità sul tessuto della camicia.
Merda, pensa Me.
Badges per tutti, ascensore, sono dirottati in un altro palazzo, di fronte al primo. In silenzio viene consegnato un altro badge. sorrisi di circostanza. Il responsabile dei test e del recruitment è in ritardo, arriva dalla Germania, l'aereo è in ritardo.
Cancelletto elettronico, ascensore, corridoi vuoti e stanze vuote e buie, finalmente persone. Anch'esse silenziose.
Li mettono in una stanza. dicono loro che bisogna fare un gioco per rompere il ghiaccio: chiedere agli altri candidati informazioni sul loro passato e poi presentarsi a vicenda. Il gioco viene fatto nell'imbarazzo, arriva il responsabile tedesco: Me e le altre ragazze ascoltano la breve introduzione del responsabile recruitment che illustra tutte le bellezze della ditta dalla quale vogliono essere assunti. La relazione (non la sapeva nemmeno a memoria il povero responsabile ma leggeva sul computer quello che doveva dirci. Tedesco, con un inglese dal fortissimo accento sassone a labbra strette); la relazione è continuamente disturbata dal rumore di trapani martelli avvitatori flessibili appena due stanze accanto. E' anche questo parte del test? Resistere a rimanere concentrati nonostante si costruisca un palazzo accanto a te?
Sorrisi. dicono a Me e alle ragazze di stare tranquilli. La giornata sarà occupata da un test di gruppo, dopo il quale ci saranno intervista e altri due test, numerico e logistico. con una pausa pranzo nel mezzo, ovviamente. Me sgrana gli occhi.
Ma come, pensa Me, quanto deve durare questo colloquio?
L' ambiente è super silenzioso, sembra un tempio di sussurri e moquette colorata, non ci sono pareti ma semi-pareti da redazione di giornale anni 70. ognuno ha il suo angolo con la faccia sbarrata al computer, cuffie con microfono, occhiali. ragazzi ragazze. poi altre stanze di cui intuisco solo degli angoli: altre persone al computer. in mezzo a tutto una cucina con macchine del caffè e distributore dell'acqua e frigo e fornelli e lavandino. La chiamano "Lounge room". Poi c'è la "quiet room", la "peace room". e un' intera ala del 3° piano è completamente vuota e buia e ancora più silenziosa. Sembra che aspetti le prossime vittime. Noi.
Ma non c'è tempo per i pensieri di Me. Vengono spostati in un'altra stanza.
Comincia il test di gruppo: una vecchia stazione deve essere ristrutturata e bisogna pensare ad una campagna promozionale con un budget limitato. Vediamo come ve la cavate a lavorare in gruppo.
Me conduce il gioco in scioltezza illustrando tutte le caratteristiche alle ragazze, relegate a fare i conti, che Me non sa fare.
Alla fine del test Me non ascolta i complimenti del recruitment team, vuole solo fumare una sigaretta ed esce di soppiatto. Viene subito ripescato: deve fare l'intervista!
Me viene fatto accomodare in un ufficio. l'intervista dura 45 minuti. Conduce i giochi una donna italiana ma l'intervista si svolge, come tutti i test, in inglese.
Qual'è stata la tua esperienza migliore nel lavoro?
E la peggiore?
Descrivi il tuo lavoro, descrivi come hai reagito ad una situazione di difficoltà.
Perchè vuoi cambiare lavoro?
Cosa pensi che questo lavoro possa dare?
Qual'è la cosa che ti piace trovare in un lavoro?
Me fornisce tutti i dettagli. Qualche sorriso, Me non parla mai volentieri di se stesso.
Me si deve sforzare, quanto si deve sforzare..... ma alla fine tutto finisce con le solite strette di mano.
E il cielo è ancora grigio e l'aria è ancora fredda e Me si fuma un'altra sigaretta.
Tempo di mangiare. Nel frattempo le due ragazze hanno fatto il test logistico che lui farà dopo pranzo mentre una andrà in intervista e l'altra farà il test numerico, e poi viceversa.
Alle tre finirà questo viaggio nell'universo del recruitment in a very big corporation.
Il pranzo dura poco, per fortuna e fa parte del test anche se non specificato.
Il pranzo serve a farli sentire a proprio agio nel nuovo ambiente e relazionare con dei veri assunti! Guarda che fortuna...
Li raggiungono:
-Una ragazza Belga che si fa carico di diffondere il minimo dei sorrisi necessari per farli sentire in una finta atmosfera amichevole, ma le si legge negli occhi la totale indifferenza ai casi loro.
-Il solito responsabile tedesco che, dietro il sibilo sassone, nasconde stanchezza e noia.
-Un altro responsabile che almeno non fa nemmeno sforzi per sembrare amicone (il più apprezzato da Me) e se ne sta a mangiare la sua insalata nella plastica, in silenzio.
-Un nuovo tutor che li seguirà per l'ultima parte del colloquio infinito.
Poche storie, c'è il tempo di rubare un'altra sigaretta, la penultima.
Comincia il test logistico.
Me che deve fare? ma che ne sa Me? e quello non può consegnare e l'altra cià i bambini e l'altro non gliene frega un cazzo dell'orario di consegna e quell'altro vuole le consegne solo la mattina e quell'altro ancora solo il pomeriggio e cifre numeri percentuali tragitti, problemi stradali, problemi di cattivo tempo, un camion rotto lungo la strada.
Me capisce che tra poco perderà la bussola: le cifre lo circondano e gli ballano intorno e non lo lasceranno più andare fino alla fine, alle tre del pomeriggio. Lo sa, la parte più difficile per lui è qui. Dopo un'ora gli strappano il foglio dalle mani come a scuola. Me non pensa che il piano logistico che ha fatto vada bene. Ma il mal di testa e una buona dose di irrequietezza lo avvolgono. Un'altra sigaretta? Nemmeno per scherzo,
Comincia il test numerico.
Circondato di nuovo da cifre frazioni percentuali calcoli algebirci tutto da fare in 30 minuti. Grafici tabelle piani altre percentuali calcolatrice segna la risposta giusta sono così tante le domande! Mi raccomando, dice il tutor, non andate a caso perchè se sbagliate lo segnano errore quindi meglio che lasciate perdere.
15 minuti prima della fine, alle 14.45, Me, dentro di sè, abbandona il campo e alza bandiera bianca.
Quel minimo di logica matematica che gli consente di vivere e di fare due calcoli su quanto spende e guadagna si ritira nel buio della sua coscienza interiore. Non uscirà più per il resto della giornata: è stata sottoposta ad uno stress enorme, non ne può più. Ma lascia il campo con onore.
Strette di mano, il colloquio è finito. Nel silenzio, senza i saluti di nessuno, perchè nessuno dello staff è rimasto, nemmeno il tutor, vengono accompagnati alla porta da uno sconosciuto, i badges vengono prontamente requisiti, le porte si chiudono, segnali elettronici di sicurezza, luce verde luce rossa, cravatte e completi blu, scarpe lucide, pavimenti lucidati e moquette uscita da un incubo degli anni 80.
si apre al porta a vetri del palazzo.
il cielo è grigio.
l'aria è fredda.
un'altra sigaretta.
Me si può finalmente permettere di levarsi la camicia da dentro i pantaloni,
e allentare la cintura. Le scarpe non fanno neanche male.
E sono proprio carine.
il 31 di agosto finisce qui....