31 agosto 2006

IV (cuatro)

Vita Vera.
oggi è giorno di colloquio. finalmente. Il primo colloquio da vita vera.
Per un lavoro vero.
Per una vita vera.
La nuova vita di Me.
Ieri me ha comprato le scarpe apposta per l'occasione. Nere, prezzo basso.
Me non ha la cintura giusta.
Me non ha la cravatta.
Me, svegliato da un camion che raccoglie rifiuti, ha il fiato più pesante di una zuppa di porri ed erba cipollina.
Non si fa la barba. Caffè, sigaretta, tazza del cesso. Vestizione di rigore.
Lo specchio riflette una figura che non è familiare: è Me, come nessuno lo ha mai visto.
Me vede solo difetti ma è tardi anche per quelli.
Esce di casa Me, chiude la porta fa due scalini.
Ha lasciato i documenti.
Entra, riesce, chiude la porta fa due scalini.
Ha dimenticato il cellulare.
Entra riesce chiude la porta fa due scalini.
Ha dimenticato le informazioni per arrivare al posto.
Entra, riesce chiude la porta fa due scalini, si ferma.
Ha preso tutto.
Il cielo è grigio, l'aria così fredda.
Tram, Metro, Destinazione.
La Destinazione del colloquio è un palazzo incastonato in un centro commerciale.
La metro accede direttamente al centro commerciale.
Così, alle 8.40 di mattina Me è dentro un centro commerciale, a Praga. I negozi stanno ancora aprendo, altri apriranno solo molto più tardi.
Il cielo è grigio. L'aria è fredda.
è troppo presto per presentarsi al colloquio.
Me ha finito le sigarette. Le compra, ne fuma subito una. L'alito cattivo, nonostante il dentifricio, aumenta.
Chissà se le ascelle suderanno? si chiede.
Si fa l'ora, entra nella Destinazione, lo dirottano al 5° piano. Reception, gente che va e che viene, which is your tutor? Me risponde. Arriva il tutor, riunisce i candidati, tre in tutto, Me e due ragazze più giovani. Hanno paura anche di parlare sembra.
Si, le ascelle stanno sudando e diffondendo umidità sul tessuto della camicia.
Merda, pensa Me.
Badges per tutti, ascensore, sono dirottati in un altro palazzo, di fronte al primo. In silenzio viene consegnato un altro badge. sorrisi di circostanza. Il responsabile dei test e del recruitment è in ritardo, arriva dalla Germania, l'aereo è in ritardo.
Cancelletto elettronico, ascensore, corridoi vuoti e stanze vuote e buie, finalmente persone. Anch'esse silenziose.
Li mettono in una stanza. dicono loro che bisogna fare un gioco per rompere il ghiaccio: chiedere agli altri candidati informazioni sul loro passato e poi presentarsi a vicenda. Il gioco viene fatto nell'imbarazzo, arriva il responsabile tedesco: Me e le altre ragazze ascoltano la breve introduzione del responsabile recruitment che illustra tutte le bellezze della ditta dalla quale vogliono essere assunti. La relazione (non la sapeva nemmeno a memoria il povero responsabile ma leggeva sul computer quello che doveva dirci. Tedesco, con un inglese dal fortissimo accento sassone a labbra strette); la relazione è continuamente disturbata dal rumore di trapani martelli avvitatori flessibili appena due stanze accanto. E' anche questo parte del test? Resistere a rimanere concentrati nonostante si costruisca un palazzo accanto a te?
Sorrisi. dicono a Me e alle ragazze di stare tranquilli. La giornata sarà occupata da un test di gruppo, dopo il quale ci saranno intervista e altri due test, numerico e logistico. con una pausa pranzo nel mezzo, ovviamente. Me sgrana gli occhi.
Ma come, pensa Me, quanto deve durare questo colloquio?
L' ambiente è super silenzioso, sembra un tempio di sussurri e moquette colorata, non ci sono pareti ma semi-pareti da redazione di giornale anni 70. ognuno ha il suo angolo con la faccia sbarrata al computer, cuffie con microfono, occhiali. ragazzi ragazze. poi altre stanze di cui intuisco solo degli angoli: altre persone al computer. in mezzo a tutto una cucina con macchine del caffè e distributore dell'acqua e frigo e fornelli e lavandino. La chiamano "Lounge room". Poi c'è la "quiet room", la "peace room". e un' intera ala del 3° piano è completamente vuota e buia e ancora più silenziosa. Sembra che aspetti le prossime vittime. Noi.
Ma non c'è tempo per i pensieri di Me. Vengono spostati in un'altra stanza.
Comincia il test di gruppo: una vecchia stazione deve essere ristrutturata e bisogna pensare ad una campagna promozionale con un budget limitato. Vediamo come ve la cavate a lavorare in gruppo.
Me conduce il gioco in scioltezza illustrando tutte le caratteristiche alle ragazze, relegate a fare i conti, che Me non sa fare.
Alla fine del test Me non ascolta i complimenti del recruitment team, vuole solo fumare una sigaretta ed esce di soppiatto. Viene subito ripescato: deve fare l'intervista!
Me viene fatto accomodare in un ufficio. l'intervista dura 45 minuti. Conduce i giochi una donna italiana ma l'intervista si svolge, come tutti i test, in inglese.
Qual'è stata la tua esperienza migliore nel lavoro?
E la peggiore?
Descrivi il tuo lavoro, descrivi come hai reagito ad una situazione di difficoltà.
Perchè vuoi cambiare lavoro?
Cosa pensi che questo lavoro possa dare?
Qual'è la cosa che ti piace trovare in un lavoro?
Me fornisce tutti i dettagli. Qualche sorriso, Me non parla mai volentieri di se stesso.
Me si deve sforzare, quanto si deve sforzare..... ma alla fine tutto finisce con le solite strette di mano.
E il cielo è ancora grigio e l'aria è ancora fredda e Me si fuma un'altra sigaretta.
Tempo di mangiare. Nel frattempo le due ragazze hanno fatto il test logistico che lui farà dopo pranzo mentre una andrà in intervista e l'altra farà il test numerico, e poi viceversa.
Alle tre finirà questo viaggio nell'universo del recruitment in a very big corporation.
Il pranzo dura poco, per fortuna e fa parte del test anche se non specificato.
Il pranzo serve a farli sentire a proprio agio nel nuovo ambiente e relazionare con dei veri assunti! Guarda che fortuna...
Li raggiungono:
-Una ragazza Belga che si fa carico di diffondere il minimo dei sorrisi necessari per farli sentire in una finta atmosfera amichevole, ma le si legge negli occhi la totale indifferenza ai casi loro.
-Il solito responsabile tedesco che, dietro il sibilo sassone, nasconde stanchezza e noia.
-Un altro responsabile che almeno non fa nemmeno sforzi per sembrare amicone (il più apprezzato da Me) e se ne sta a mangiare la sua insalata nella plastica, in silenzio.
-Un nuovo tutor che li seguirà per l'ultima parte del colloquio infinito.
Poche storie, c'è il tempo di rubare un'altra sigaretta, la penultima.
Comincia il test logistico.
Me che deve fare? ma che ne sa Me? e quello non può consegnare e l'altra cià i bambini e l'altro non gliene frega un cazzo dell'orario di consegna e quell'altro vuole le consegne solo la mattina e quell'altro ancora solo il pomeriggio e cifre numeri percentuali tragitti, problemi stradali, problemi di cattivo tempo, un camion rotto lungo la strada.
Me capisce che tra poco perderà la bussola: le cifre lo circondano e gli ballano intorno e non lo lasceranno più andare fino alla fine, alle tre del pomeriggio. Lo sa, la parte più difficile per lui è qui. Dopo un'ora gli strappano il foglio dalle mani come a scuola. Me non pensa che il piano logistico che ha fatto vada bene. Ma il mal di testa e una buona dose di irrequietezza lo avvolgono. Un'altra sigaretta? Nemmeno per scherzo,
Comincia il test numerico.
Circondato di nuovo da cifre frazioni percentuali calcoli algebirci tutto da fare in 30 minuti. Grafici tabelle piani altre percentuali calcolatrice segna la risposta giusta sono così tante le domande! Mi raccomando, dice il tutor, non andate a caso perchè se sbagliate lo segnano errore quindi meglio che lasciate perdere.
15 minuti prima della fine, alle 14.45, Me, dentro di sè, abbandona il campo e alza bandiera bianca.
Quel minimo di logica matematica che gli consente di vivere e di fare due calcoli su quanto spende e guadagna si ritira nel buio della sua coscienza interiore. Non uscirà più per il resto della giornata: è stata sottoposta ad uno stress enorme, non ne può più. Ma lascia il campo con onore.
Strette di mano, il colloquio è finito. Nel silenzio, senza i saluti di nessuno, perchè nessuno dello staff è rimasto, nemmeno il tutor, vengono accompagnati alla porta da uno sconosciuto, i badges vengono prontamente requisiti, le porte si chiudono, segnali elettronici di sicurezza, luce verde luce rossa, cravatte e completi blu, scarpe lucide, pavimenti lucidati e moquette uscita da un incubo degli anni 80.
si apre al porta a vetri del palazzo.
il cielo è grigio.
l'aria è fredda.
un'altra sigaretta.
Me si può finalmente permettere di levarsi la camicia da dentro i pantaloni,
e allentare la cintura. Le scarpe non fanno neanche male.
E sono proprio carine.
il 31 di agosto finisce qui....

30 agosto 2006

III.I (tre punto uno)

III (tre)

sole che va sole che viene.
stanotte Me ha quasi dormito nel letto. Ha quasi dormito perchè strani sogni di colloqui di lavoro infiniti lo hanno tormentato fino alla sofferta sveglia delle nove. Immagini di cravatte, scarpe strette e affollate commissioni di inchiesta lo circondavano. Sembrava che il colloquio fosse cominciato durante la notte, nella sua camera da letto, abbracciato alla sua ragazza. Innumerevoli ipotesi di dialogo sono state sperimentate. Senza nessun ricordo residuo del loro effetto.
oggi è giorno terribile di riposo. terribile. Giorno nel quale bisogna pur inventarsi cosa fare. Troppo freddo per resistere fuori a lungo nonostante le protezioni di tessuto siano al loro posto. Giorno in cui, per allontanare i pensieri, se ne fanno arrivare altri, stupidi. Meravigliosi.
Ma le donne, prima, si radevano le gambe come adesso? Il mito del corpo liscio e vellutato è sempre esistito? Secondo Te, la ragazza di Me, sospettosa della domanda innocente, già sua nonna non si radeva le gambe. Però nelle foto delle ragazze degli anni 50 e 60 le gambe non hanno peli. Ma sono appena 40, 50 anni fa.
Cose da brividi.
Me è convinto che i nostri antenati fossero molto più coraggiosi e forti di noi abitatori del presente. Se prima veramente le donne non si radevano, cosa doveva essere accarezzare le gambe di una donna, baciarle, stringerle. Cosa voleva dire?
Vengono i brividi solo a pensare di baciare peli ispidi o morbidi che siano, bruni o chiari che siano: i brividi.

sole che va sole che viene.

Me ha finito di controllare sul net cosa serve per i documenti necessari a vivere in questo paese. Me sa che dovrà avere un incontro ravvicinato con un ufficio uscito dai peggiori incubi di kafka dove si parla solo ceco e dove dovrà tornare qualche migliaio di volte, in onore alla necessaria burocrazia.
Me, in virtù della sua nottata di esami onirici, è preoccupato per il secondo colloquio che dovrà avere domani. Domani colloquio con tests numerici e di gruppo: non sa cosa ci sia da essere preoccupati, Me, ma non basta l'ignoranza a far cessare i continui films che passano sullo schermo della sua fantasia.
Me non è così convinto di cambiare vita. Tante cose lo impensieriscono. Soprattutto il pensiero, recidivo, di non fare mai abbastanza per sè lo tortura con la solita dolce voce.
Pensa a queste cose ostentando sorrisi che svaniscono appena svanisce il sole.
Pensa a queste cose mentre voci straniere lo circondano nell'ennesimo internet cafè. oggi è in centro, preciso in Vaclaswske Namesti, dentro un passaggio ricavato al piano terra di più palazzi. In questa città, sicuramente per la grande quantità di pioggie e di neve durante l'inverno, i passaggi coperti per passare da una strada all'altra o da un posto all'altro sono comuni come le strade loggiate a Bologna. La stessa atipica quantità di posti dove sostare durante i lunghi pomeriggi invernali è strabiliante. Sembra che più della metà delle persone di questa città viva nei cafè. Me è uno di loro.
In questo cafè i posti a sedere sono panchine di legno tipo vagone del tram anni '30 e i listini del menù sono cilindri infiliati in uno spiedo al centro del tavolo. i prezzi e i listini sono incasellati come orari dei treni. c'è anche un modellino di treno che corre su una monorotaia sospesa sopra il bancone del bar.
puzzerà di fumo come un turco, non appena uscirà da questo bar.
Domani dovrà mettersi la cravatta, il povero Me, dovrà comprarsi un paio di scarpe nuove, il povero Me. dovrà mascherarsi come per uno strano carnevale, il povero Me.
Povero Me. Almeno non è costretto a baciare gambe pelose di donne bellissime. Me è fortunato, in fin dei conti.
anche senza il sole.
e per oggi ha finito.

29 agosto 2006

II (due?)

Me stanotte ha dormito sul divano, protetto solo da un leggero piumone fatto di invettive e improperi.
Senza cuscino, senza sonno. Me non ha riposato.
Alle sei e trenta, dopo aver sentito la sua ragazza uscire per andare al lavoro, Me è tornato nel letto per riposare l'ultima ora prima della sveglia definitiva.
Oggi è un altro giorno di colloqui di lavoro.

Il cielo della mattina non presenta nessuna variante dal cielo della notte: entrambi hanno lo stesso colore e la stessa luminosità latente, quasi nulla. Tutto è grigio senza ombra e, sotto le coperte, come sempre in giorni come questo, si starebbe bene. Protetti, nascosti, riparati.
Caldi caldi caldi come in un utero fatto di piume di silicone e finto cotone egizio ikea.
Persino l'odiosa moquette ricettacolo di polvere e uova di insetti sembra oggi gradevole, calda, rassicurante.
Non dura tanto. sono già le nove, l'appuntamento è alle undici e Me si deve lavare deve colazionare deve defecare per presentarsi nel migliore dei modi al colloquio.
Certo, dopo i diverbi della sera, l'umore somiglia così tanto al cielo oggi che Me farebbe meglio a rimanere in casa.
Ma non può.
La vita urla urla urla di muoversi con voce che somiglia stranamente alla voce della madre di Me. Una voce che urla e penetra il sonno. Urla mentre Me si prepara il caffè, mentre Me apre il latte da mezzo litro, mentre Me decide se fumare una sigaretta o aprire la bocca e inserirvi un dolcetto alla vaniglia.
Sa già la risposta: insieme al caffè, oggi che è solo in casa, si accenderà una sigaretta.
Direttamente sulla tazza del minibagno mentre beve il suo caffelatte tiepido e ripensa, catalogandole, tutte le cose che deve fare durante il giorno.
Dalla finestrella del bagno entrano piume di piccione portate dal vento e portatrici di malattie non ben definite ma pericolose. Una piuma intera si posa nel piatto della doccia dove pochi residui di capelli della sua ragazza giacciono come vittime di un bombardamento di acqua calda a getto.

Un'ultima occhiata all'esterno e la valutazione sull'abbigliamento inizia: meglio la maglia o meglio un raincoat, che sembra piovere già?
Me opta per il raincoat sopra ad una magliettina blu a maniche corte comprata per l'occasione del colloquio. Mentre si veste Me pensa a suo padre, che faceva le stesse cose. Pensa che non voleva diventare come lui, pensa che certe cose accadono e basta, che Me lo voglia o no.
Vestirsi bene per l'occasione, presentarsi nel migliore dei modi.
Si guarda nello specchio: la stessa pancetta che lo rivela prodotto del corpo del padre.
Petto in fuori pancia in dentro mente sgombra di pensieri inutili.
Raincoat scarpe chiavi di casa il fido laptop nella borsa e via fuori il mondo chiama. Chiamerà Me?

Il vento freddissimo diretto dalla siberia senza soste lo frusta appena uscito dal palazzo. Poche gocce veloci come freccette da pub irlandese lo accolgono. La strada non è molta, l'ufficio è vicino casa.
Me arriva all'ufficio e una ragazza, Veronika, lo accoglie in una stanza dall'illuminazione al neon, gremita di schermi di computers e altrettante persone illuminate dai pixel. Lo prende, Veronika, e lo porta al bar accanto per poter parlare con tranquillità. Le solite domande, le solite risposte, la solita faccia sicura e le risposte in inglese sicure puntuali. Così tanti colloqui servono per lo meno a sviluppare una strategia simile. Cosa vogliono sentirsi dire, cosa si aspettano? Sicurezza, esperienza, lingua sciolta. Veronika è carina e parla a bassa voce come per non disturbare: Me risponde a tutto.
Arriva il boss, americano che parla inglese velocissimo e fa perdere Me nei meandri delle parole masticate, nel plum cake che sempre gli americani hanno in bocca mentre parlano.
Anche qui, l'americano studia cosa Me non dice: gli chiedono di raccontare qualche momento di difficoltà e come ne è uscito.
Me non ricorda niente di queste cose. Me non ha nemmeno capito che diavolo di lavoro fanno in quell'ufficio.
Strette di mano, richiameremo, faremo sapere.
Ed ecco dopo un'ora Me è per la strada frustato dal vento. La temperatura non accenna a salire, il cielo non accenna a schiarire.
Cosa fare nella meravigliosa Praga dei sogni con un tempo così?
Me deve sbrigare la corrispondenza via internet. Con in testa il pensiero della sera, quando la sua ragazza pretenderà ulteriori spiegazioni che Me non vuole dare. A volte si litiga e basta, senza una ragione. Specie quando si parlano due lingue diverse e si cerca una piattaforma comune di dialogo. Ma la piattaforma per sua natura non appare mai quando dovrebbe apparire, così si naufraga volentieri nel mare del "non rompere" e nella marea dei "lasciami stare, non ho voglia".
così Me guarda le nuvole nel cielo e sente le stesse nuvole dentro di sè, fino a che non trova la rassicurante porta dell'ennesimo internet cafè e vi si rinchiude dentro. Tira fuori il laptop, ordina un te per scaldarsi, ne ha bisogno, e comincia un'altra ricerca, altre prove.
Mandare il curriculum ovunque.
Cercare qualcos'altro.
Perchè l'inattività quando non la vuoi è la peggior cosa.
L'ozio è invidiabile e adorabile quando sei al sicuro dal resto dei problemi del tuo mondo.
Ma quando non sai cosa succederà domani, l'ozio non aiuta. nemmeno il fatalismo di Me aiuta.
Lascia troppo spazio al caso.
Desiderabile il caso e il caos (che è il caso in confusione) desiderabile sempre. ma davvero?
Accanto a Me c'è la cameriera, Eva, carina simpatica e lentissima quando le si ordina qualcosa. il cafè è vuoto. Me pensa a tutte le possibili combinazioni di sesso improvviso e baci rubati dietro la porta del bagno. solo per non pensare al resto della sua vita professionale che va in frantumi. sono belli i sogni segreti, dove tutto succede, semplicemente, senza nessuno sforzo.
Me la guarda, lei lo guarda, si avvicina a tempo di musica e alza la maglietta dove nell'ombelico campeggia un brillantino che chiede solo di essere baciato.
si, bello abbandoanrsi alla fantasia. è tutto così veloce e immediato.
semplice. come masturbarsi non appena arrivati a casa. masturbarsi per schiarire il cervello.
La famosa e celeberrima masturbazione triste..
Putroppo dentro non si può fumare e, risvegliandosi, Me si accorge che la cameriera sta facendo i caffè dietro il banco e produce un rumore infernale, per cui decide di uscire al fresco per fumarsi una sigaretta nel ghetto dei fumatori.
l'esterno, dove fischia il vento e soffia la bufera.
o era il contrario?

niente si muove nonostante il vento siberiano.
migliorerà, sicuramente. c'è bisogno di credere.
ma per oggi ho finito.

28 agosto 2006

I (one)

intanto grazie al Paolo Pecchioli che, da bravo maieutico, mi ha fatto da levatrice on line e convinto a scrivere un blog. non so nemmeno come si scrive un blog, nè a cosa serva. dicono sia un diario, e allora un diario sarà.
Me, vive a Praga da poco tempo. è italiano emigrato/emigrante in terra d'europa da gennaio 2006.
Vive qui, in questa città così contraddittoria, come Me del resto.
Da oggi cominciano le sue avventure, così, sento il bisogno primario di presentarlo:
lavora nel cinema, ma con pochi risultati. forse è proprio lui sbagliato, forse è la congiuntura internazionale, ma i risultati del suo lavoro non bastano più.
come se non bastasse, poi, i soldi scarseggiano e di questi tempi è tremendo vedere i propri risparmi sparire così velocemente. suo padre dice che ai suoi tempi era diverso. c'erano possibilità e il mondo presentava ancora una faccia semplice, senza tante maschere allegre atte a nascondere sempre il solito bastone/carota. Forse a ragione, forse anche ai suoi tempi Me sarebbe stato sempre la solita pecora nera della famiglia.
Perchè viene da Prato e a Prato se non lavori già a 15 anni sei un reietto. Me ha resistito più a lungo ma alla fine è il suo stesso dna a fregarlo. e, la scienza divina insegna, il dna non lo imbrogli. ce l'hai te lo tieni non puoi cambiartelo.

un giorno è partito per girare un film in questo paese dal passato pieno di sangue spie e deportati chissà dove. un paese in cui essere comunista è come essere fascista in italia, per cui qualsiasi prospettiva storica abbia avuto sino ad ora (e premetto che non è un fanatico ma, si sa, ognuno nasce e cresce con delle idee), qui non torna. non è la stessa storia. sono gli stessi fatti ma la storia è così diversa.
A Me piace questo paese.
A Me piace pensare che, come cerca lavoro a milano, cerca lavoro a praga, o a vienna o a parigi o ad amsterdam o a dortmund.
nonostante l'europa che veda nascere sia un prodotto a tavolino, le persone che incontra danno un'altra impressione.
adora l'europa, adora questa terra. questa idea è prima di tutto nostra. prima che delle banche e delle commissioni e dei parlamenti, quest'idea è nostra.
viva la terra. il 28 di agosto finisce qui