Vivi per il tuo pusher
Perché tutto comincia da qui. Venerdi di trasferimenti, mentali prima di tutto.
Come sarà tornare dopo tre mesi in Italia. Con l'autobus?
A Prato è la festa della Madonna e si festeggia. Oggi ci sono i fuochi c’è il corteggio storico finisce la fiera e ostendono la cintola della Madonna.
Me vive due vite, e non ce la fa: due vite sono troppe. Due vite sono troppe per tutti.
Così, si sveglia addirittura tardi, alle dieci di mattina: avrà meno tempo per preoccuparsi, forse.
E prima preoccupazione fra tutte oggi c’è il doping.
Il doping è finito. Correre ai ripari. No perché su quello non si discute. Possono finire tutti i soldi del mondo e ci si penserà. Ma il doping non può mancare.
Le voci non devono aumentare di volume, non adesso.
Sorride Me: ha mandato un sms ieri al pusher. Tutto a posto. Stesso posto stessa ora. Così oggi almeno ha un appuntamento sicuro, dal risultato certo. Immediato.
Ma l’appuntamento è solo alle tre del pomeriggio, così se sono le dieci che si fa da qui alle tre del pomeriggio? Si mette a posto tutta la cucina. Si lava i piatti, si pulisce la moquette, la odia la moquette, si aspira, si pulisce. Niente colazione, mangiare è superfluo. Chi non fa un cazzo ha bisogno anche di mangiare meno. Non ha fame.
Però fuma e si può fumare l’ultimo residuo di doping, tanto per uccidere la giornata al suo inizio.
Me ci pensa su. Comincia a prendere il necessario e si ferma subito. Una linguetta marrone esce dal pacchetto dorato delle cartine: segnala la fine delle suddette.
Fremono le mani. Deve proprio uscire al più presto allora.
Me decide per andare di nuovo a scaricare la posta in un internet cafè: una delle sue caselle si riempie di spam ogni venti minuti, va monitorata continuamente. Si rischia di perdere le mail importanti.
Si ricorda che lo devono chiamare dall’agenzia della c.i.a. per capire se lo prendono o no.
Deve fare qualcos’altro? No. La giornata è concentrata su quell’unico appuntamento nel pomeriggio. Tra l’altro, manco a dirlo, in un altro internet cafè.
Me esce di casa, tira un vento siderale che fa correre tutto il cielo, blu compreso. Il cafè almeno è vicino. Ma non ci sono tabaccai da quella parte. Mancano all’appello anche le sigarette. Così deve dirigersi dalla parte opposta, prenderà il tram da Vrsovice namesti e farà un pezzetto a piedi. Fa lo stesso. Almeno si leva anche il pensiero di fare il bancomat, lo fa lì in piazza. Prende un poco più di soldi per il viaggio di domani. Si chiede come mai nonostante il conto sia in rosso la banca rilasci ancora contante.
Ma tant’è, i soldi escono precisi lindi perfetti, 2000 corone in due pezzi da mille.
Solo questo vento…
Sulla banchina della fermata del tram c’è un anormale assembramento di persone. Il tram infatti non passa. Strano: da qui ne passano tre diversi.
Me aspetta. Insieme agli altri. Che non parlano non si chiedono non si domandano.
Solo macchine e furgoni. Dalla parte opposta passa inaspettato il 16. Di solito non passa da questa parte. Me subodora il tranello: intoppi nella linea delle rotaie. Si comincia bene anche oggi.
A piedi fino all’internet cafè, il solito vicino casa dove lavora Eva. Ma Eva non lavora più lì. L’aveva detto che sarebbe rimasta solo due settimane, poi sarebbe tornata la ragazza del principale. Me arriva completamente sudato nonostante il vento gelido. Ordina un te, accende il computer.
Rimane a ciacciare sul net, inconcludente, per un paio d’ore che si possono saltare.
Mentre sta uscendo lo chiamano dalla c.i.a. lo chiama la donna del giorno prima: vogliono assumerlo, parlano del compenso (25000 corone più i contributi ma meno le tasse). Hanno mandato il contratto pro forma all’indirizzo email. Si complimenta la donna e regala un sorriso a Me. Sorriso che muore sulle labbra di Me non appena riattacca.
Allora è vero che deve rinunciare a tutti questi anni nel cinema? Gli unici che rispondono e che hanno fiducia in lui appartengono alla vita vera. Deve andare in italia si risentiranno quando tornerà il 25 di settembre. Me controlla il cellulare.
Sono le due e trenta. Gli occhi si illuminano ed è subito nella Metro dimentico di tutto il resto: nell’atrio della stazione Namesti Miru c’è un piccolo fornaio, ci passa davanti. Stoico, non mangia, non vuole spendere i soldi.
Scende sotto per le scale mobili infinite, ha girato un video qua..
Infila nel vagone, direzione Dejvicka, fermata Starometska, Piazza della Città Vecchia.
Appena esce dalla metro il vento lo accoglie a schiaffi gelidi. Kafka Namesti, poi la piazza, bellissima travolgente come ogni volta che la vede. Il monumento di Jan Hus, al centro, e oltre, di fronte a Me, il castello di Dracula con i suoi tre tetti acutissimi e neri, ognuno dei quali ha altri tre piccoli tetti acutissimi sopra. L’oro delle croci poste sulle punte risplende sullo sfondo nero del cielo che corre corre corre corre oggi.
E anche Me corre, corre verso dlohua, la via dove il paradiso aspetta.
Arriva entra nel bar, ordina un caffè va in bagno rientra paga, accende il computer.
Ma deve ricomprare le sigarette. Si avvia al bancone.
Adesso fermatevi mettetevi a sedere.
Me non trova i soldi. I soldi che ha fatto appena due ore prima dal bancomat.
Dove cazzo sono finiti? Chiede gentilmente alla cassiera di aspettare, torna al suo tavolino, ci sono cinquanta corone dentro il librettino dell’abbonamento ai mezzi. Bastano per le sigarette, sicuro, ma dov’è il resto dei suoi soldi? Dov’è dov’è dov’è?
Comincia il panico. Il pusher arriva tra poco, come lo paga adesso? E i soldi tutti i soldi che ha preso per il viaggio? Merda.
Compone il numero di telefono del pusher mentre caracolla fuori dal locale: una voce metallica in ceco risponde che, anche se non lo capisce è chiaro, il credito è finito. Subito dopo un sms di “infolinka” conferma la tragedia nella tragedia.
riMerda. E allora ditelo che ce l’avete con lui…
Ok. La sua ragazza, che sta lavorando, è collegata al net con Skype. Le manda un messaggio: ricaricami il cellulare perché non ho più soldi e devo fare una telefonata importantissima.
La risposta non arriva: sta lavorando, lei.
Momento di decisione. Me comincia ad impacchettare quello che ha appena estratto, rimette tutto via saluta in fretta esce.
È in questi momenti che si vede la logica. Adocchia l’inconfondibile insegna di una banca e vi si dirige spedito. Non sa nemmeno cosa pensa. Non sa nemmeno se pensa in quel momento. La rabbia oh, la rabbia, meravigliosa potente rabbia. La rabbia di chi non può fare niente.
Mentre la macchina risputa i soldi, solo 1500 stavolta, pensa alla fine.
E se fossero scivolati dalla tasca quando ha pagato nell’altro bar? Già, lo hanno guardato strano mentre usciva, forse cercavano di dirgli qualcosa e non ci sono riusciti. Forse. Me si ricorda che i soldi li ha visti in tasca quando voleva pagare. Quindi c’erano.
Arriva, intanto, il pusher: Me lo accoglie in strada. È fortunato perché parla benissimo italiano, è meta italiano in realtà. Prende il pacchetto, consegna i soldi, si fa dare il resto, spiega velocemente la situazione poi l’ìilluminazione: deve fare presto non può prendere i mezzi, prenderà un taxi che lo porterà diretto all’altro bar. Il taxi è accanto a lui. Me saluta il pusher con parole farfugliate. Il pusher ride, ride di gusto mentre Me sale sul taxi, chiude la porta e rivolge la sua attenzione alla propria missione.
Il tassista fa presente in inglese improbabile che c’è tantissimo traffico e ci vorrà almeno mezz’ora.
Ma come? Più che con i mezzi? È un’ora di punta.
Pure. No, deve fare veloce. Fa partire il taxi comunque. Il traffico alla fine si rileva irrilevante: arriva in dieci minuti. Chiede quant’è.
E, dopo la sparizione dei soldi, ecco l’apparizione del ladro: 214 corone (7 euro e mezzo circa) che per qui è un furto. Ci arriva all’aereoporto con quella cifra. Lo hanno preso per il solito turista nonostante abbia cercato di dire le solite tre stronzate in ceco per fargli capire che lo sa che con i turisti gonfiano i prezzi. E infatti glie l’hanno gonfiato proprio bene il prezzo. Cerca di discutere ma non vuole discutere. Cosa sono 200 corone in confronto a quelle che pensa di aver perso e sono sicuramente lì ad aspettarlo? Già vede i sorrisi della cassiera che lo accoglie con i soldi in mano e in inglese gli dice “You ran away so fast, it was impossible reach you!” e tutto si aggiusterà con un bel sospiro di sollievo. Paga protestando ma il tassista si guarda bene anche solo dal rispondere. Prende i soldi in silenzio e rende il misero resto.
Me entra di corsa nel bar, raggiunge il bancone con cassa e sorride alla cameriera. Niente reazione. Spiega allora che deve aver lasciato dei soldi lì sul banco mentre pagava.
Loro non hanno trovato niente.
Me si siede.
Ma come?
Siete sicuri? Domanda inutile, sono onesti si vede dallo stupore con il quale lo guardano.
Me guadagna mesto l’uscita.ha con sé tutto l’occorrente.
Ancora non si capacita.
Telefona a Te, lei dice potrebbero anche averglieli sfilati dalla tasca nella metro. Qui lo fanno. Ma sta lavorando e deve riattaccare.
Me rientra in casa.
Ha deciso che si masturberà fumando.
Non è giornata oggi.
Ha dimenticato di comprare le cartine
L’otto di settembre spera finisca qui.
Perché tutto comincia da qui. Venerdi di trasferimenti, mentali prima di tutto.
Come sarà tornare dopo tre mesi in Italia. Con l'autobus?
A Prato è la festa della Madonna e si festeggia. Oggi ci sono i fuochi c’è il corteggio storico finisce la fiera e ostendono la cintola della Madonna.
Me vive due vite, e non ce la fa: due vite sono troppe. Due vite sono troppe per tutti.
Così, si sveglia addirittura tardi, alle dieci di mattina: avrà meno tempo per preoccuparsi, forse.
E prima preoccupazione fra tutte oggi c’è il doping.
Il doping è finito. Correre ai ripari. No perché su quello non si discute. Possono finire tutti i soldi del mondo e ci si penserà. Ma il doping non può mancare.
Le voci non devono aumentare di volume, non adesso.
Sorride Me: ha mandato un sms ieri al pusher. Tutto a posto. Stesso posto stessa ora. Così oggi almeno ha un appuntamento sicuro, dal risultato certo. Immediato.
Ma l’appuntamento è solo alle tre del pomeriggio, così se sono le dieci che si fa da qui alle tre del pomeriggio? Si mette a posto tutta la cucina. Si lava i piatti, si pulisce la moquette, la odia la moquette, si aspira, si pulisce. Niente colazione, mangiare è superfluo. Chi non fa un cazzo ha bisogno anche di mangiare meno. Non ha fame.
Però fuma e si può fumare l’ultimo residuo di doping, tanto per uccidere la giornata al suo inizio.
Me ci pensa su. Comincia a prendere il necessario e si ferma subito. Una linguetta marrone esce dal pacchetto dorato delle cartine: segnala la fine delle suddette.
Fremono le mani. Deve proprio uscire al più presto allora.
Me decide per andare di nuovo a scaricare la posta in un internet cafè: una delle sue caselle si riempie di spam ogni venti minuti, va monitorata continuamente. Si rischia di perdere le mail importanti.
Si ricorda che lo devono chiamare dall’agenzia della c.i.a. per capire se lo prendono o no.
Deve fare qualcos’altro? No. La giornata è concentrata su quell’unico appuntamento nel pomeriggio. Tra l’altro, manco a dirlo, in un altro internet cafè.
Me esce di casa, tira un vento siderale che fa correre tutto il cielo, blu compreso. Il cafè almeno è vicino. Ma non ci sono tabaccai da quella parte. Mancano all’appello anche le sigarette. Così deve dirigersi dalla parte opposta, prenderà il tram da Vrsovice namesti e farà un pezzetto a piedi. Fa lo stesso. Almeno si leva anche il pensiero di fare il bancomat, lo fa lì in piazza. Prende un poco più di soldi per il viaggio di domani. Si chiede come mai nonostante il conto sia in rosso la banca rilasci ancora contante.
Ma tant’è, i soldi escono precisi lindi perfetti, 2000 corone in due pezzi da mille.
Solo questo vento…
Sulla banchina della fermata del tram c’è un anormale assembramento di persone. Il tram infatti non passa. Strano: da qui ne passano tre diversi.
Me aspetta. Insieme agli altri. Che non parlano non si chiedono non si domandano.
Solo macchine e furgoni. Dalla parte opposta passa inaspettato il 16. Di solito non passa da questa parte. Me subodora il tranello: intoppi nella linea delle rotaie. Si comincia bene anche oggi.
A piedi fino all’internet cafè, il solito vicino casa dove lavora Eva. Ma Eva non lavora più lì. L’aveva detto che sarebbe rimasta solo due settimane, poi sarebbe tornata la ragazza del principale. Me arriva completamente sudato nonostante il vento gelido. Ordina un te, accende il computer.
Rimane a ciacciare sul net, inconcludente, per un paio d’ore che si possono saltare.
Mentre sta uscendo lo chiamano dalla c.i.a. lo chiama la donna del giorno prima: vogliono assumerlo, parlano del compenso (25000 corone più i contributi ma meno le tasse). Hanno mandato il contratto pro forma all’indirizzo email. Si complimenta la donna e regala un sorriso a Me. Sorriso che muore sulle labbra di Me non appena riattacca.
Allora è vero che deve rinunciare a tutti questi anni nel cinema? Gli unici che rispondono e che hanno fiducia in lui appartengono alla vita vera. Deve andare in italia si risentiranno quando tornerà il 25 di settembre. Me controlla il cellulare.
Sono le due e trenta. Gli occhi si illuminano ed è subito nella Metro dimentico di tutto il resto: nell’atrio della stazione Namesti Miru c’è un piccolo fornaio, ci passa davanti. Stoico, non mangia, non vuole spendere i soldi.
Scende sotto per le scale mobili infinite, ha girato un video qua..
Infila nel vagone, direzione Dejvicka, fermata Starometska, Piazza della Città Vecchia.
Appena esce dalla metro il vento lo accoglie a schiaffi gelidi. Kafka Namesti, poi la piazza, bellissima travolgente come ogni volta che la vede. Il monumento di Jan Hus, al centro, e oltre, di fronte a Me, il castello di Dracula con i suoi tre tetti acutissimi e neri, ognuno dei quali ha altri tre piccoli tetti acutissimi sopra. L’oro delle croci poste sulle punte risplende sullo sfondo nero del cielo che corre corre corre corre oggi.
E anche Me corre, corre verso dlohua, la via dove il paradiso aspetta.
Arriva entra nel bar, ordina un caffè va in bagno rientra paga, accende il computer.
Ma deve ricomprare le sigarette. Si avvia al bancone.
Adesso fermatevi mettetevi a sedere.
Me non trova i soldi. I soldi che ha fatto appena due ore prima dal bancomat.
Dove cazzo sono finiti? Chiede gentilmente alla cassiera di aspettare, torna al suo tavolino, ci sono cinquanta corone dentro il librettino dell’abbonamento ai mezzi. Bastano per le sigarette, sicuro, ma dov’è il resto dei suoi soldi? Dov’è dov’è dov’è?
Comincia il panico. Il pusher arriva tra poco, come lo paga adesso? E i soldi tutti i soldi che ha preso per il viaggio? Merda.
Compone il numero di telefono del pusher mentre caracolla fuori dal locale: una voce metallica in ceco risponde che, anche se non lo capisce è chiaro, il credito è finito. Subito dopo un sms di “infolinka” conferma la tragedia nella tragedia.
riMerda. E allora ditelo che ce l’avete con lui…
Ok. La sua ragazza, che sta lavorando, è collegata al net con Skype. Le manda un messaggio: ricaricami il cellulare perché non ho più soldi e devo fare una telefonata importantissima.
La risposta non arriva: sta lavorando, lei.
Momento di decisione. Me comincia ad impacchettare quello che ha appena estratto, rimette tutto via saluta in fretta esce.
È in questi momenti che si vede la logica. Adocchia l’inconfondibile insegna di una banca e vi si dirige spedito. Non sa nemmeno cosa pensa. Non sa nemmeno se pensa in quel momento. La rabbia oh, la rabbia, meravigliosa potente rabbia. La rabbia di chi non può fare niente.
Mentre la macchina risputa i soldi, solo 1500 stavolta, pensa alla fine.
E se fossero scivolati dalla tasca quando ha pagato nell’altro bar? Già, lo hanno guardato strano mentre usciva, forse cercavano di dirgli qualcosa e non ci sono riusciti. Forse. Me si ricorda che i soldi li ha visti in tasca quando voleva pagare. Quindi c’erano.
Arriva, intanto, il pusher: Me lo accoglie in strada. È fortunato perché parla benissimo italiano, è meta italiano in realtà. Prende il pacchetto, consegna i soldi, si fa dare il resto, spiega velocemente la situazione poi l’ìilluminazione: deve fare presto non può prendere i mezzi, prenderà un taxi che lo porterà diretto all’altro bar. Il taxi è accanto a lui. Me saluta il pusher con parole farfugliate. Il pusher ride, ride di gusto mentre Me sale sul taxi, chiude la porta e rivolge la sua attenzione alla propria missione.
Il tassista fa presente in inglese improbabile che c’è tantissimo traffico e ci vorrà almeno mezz’ora.
Ma come? Più che con i mezzi? È un’ora di punta.
Pure. No, deve fare veloce. Fa partire il taxi comunque. Il traffico alla fine si rileva irrilevante: arriva in dieci minuti. Chiede quant’è.
E, dopo la sparizione dei soldi, ecco l’apparizione del ladro: 214 corone (7 euro e mezzo circa) che per qui è un furto. Ci arriva all’aereoporto con quella cifra. Lo hanno preso per il solito turista nonostante abbia cercato di dire le solite tre stronzate in ceco per fargli capire che lo sa che con i turisti gonfiano i prezzi. E infatti glie l’hanno gonfiato proprio bene il prezzo. Cerca di discutere ma non vuole discutere. Cosa sono 200 corone in confronto a quelle che pensa di aver perso e sono sicuramente lì ad aspettarlo? Già vede i sorrisi della cassiera che lo accoglie con i soldi in mano e in inglese gli dice “You ran away so fast, it was impossible reach you!” e tutto si aggiusterà con un bel sospiro di sollievo. Paga protestando ma il tassista si guarda bene anche solo dal rispondere. Prende i soldi in silenzio e rende il misero resto.
Me entra di corsa nel bar, raggiunge il bancone con cassa e sorride alla cameriera. Niente reazione. Spiega allora che deve aver lasciato dei soldi lì sul banco mentre pagava.
Loro non hanno trovato niente.
Me si siede.
Ma come?
Siete sicuri? Domanda inutile, sono onesti si vede dallo stupore con il quale lo guardano.
Me guadagna mesto l’uscita.ha con sé tutto l’occorrente.
Ancora non si capacita.
Telefona a Te, lei dice potrebbero anche averglieli sfilati dalla tasca nella metro. Qui lo fanno. Ma sta lavorando e deve riattaccare.
Me rientra in casa.
Ha deciso che si masturberà fumando.
Non è giornata oggi.
Ha dimenticato di comprare le cartine
L’otto di settembre spera finisca qui.
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