Me Fratello di Kafka.
Tragedia comica in un prologo due atti e un epilogo
PROLOGO
Chi ben comincia è a metà dell'opera,
e chi mal comincia?
In occasione di un lavoro appena trovato per una produzione cinematografica Ceca, è stato richiesto a Me un documento di lavoro e di soggiorno valido nella Repubblica Ceca. "Ti ci vuole sennò non possiamo pagarti legalmente, questo tipo di pagamento che ti facciamo adesso lo puoi avere solo una volta all'anno."
Come fare? Bisogna essere pagati, che diavilo, come si fa a campare sennò?
Adesso chiudete gli occhi. Salpate dall'autunno d'ottobre, salutatelo con la mano e come i gamberi tornate all'estate, la scorsa estate.
Si era di luglio, nuvoloso e afoso luglio.
Ha trovato, grazie a Te, quel lavorino per il ministero dell'educazione, ma per assumerlo, inizialmente, avrebbero avuto bisogno del permesso di lavoro e del permesso di soggiorno.
Me, che non sa niente e non ha mai voluto saper niente di burocrazia, ha pensato quindi bene di rivolgersi alla sua ambasciata -ambasciata si scrive con la A maiuscola? Ma non se lo meritano- perchè lì parlano italiano e sicuramente, pensava, mi possono aiutare. Cosicchè, da sventurato qual'è, si avventura in quel di luglio per la ripida salita della via Nerudova, la strada dove, sopra un portalone nero borchiato d'argento, sventola la bandiera tricolore insieme a quell' altra blu con le stelline gialle in cerchio, simbolo dell'Unione europea -ma era meglio Unione (e)Uropea-; è un giorno della settimana, un martedi, e il portalone nero borchiato di argento è chiuso. Suona il campanello speranzoso e una voce risponde dalla griglia di plastica del citofono.
"Mi dispiace ma l'ambasciata oggi è chiusa. Deve tornare domani dalle 9,00 alle 12,30. Arrivederci."
Non ha il tempo nemmeno di ringraziare che il suono secco della fine delle trasmissioni arriva ad interrompere il breve incanto. Eh si, è proprio l'ambasciata italiana, non si sbaglia non si scherza.
Ma tant'è. La giornata per quanto sia luglio è grigia, manco a dirlo, perfetta se fosse inverno per andare a leggere o tornare a letto. Ma fa caldo, quel caldo afoso di luglio, così va a farsi una bella passeggiata per Praga. La via Nerudova è nel quartiere di Mala Strana, sotto il castello anzi porta proprio al castello, il vero centro di Praga, quello delle cartoline e delle centinaia di migliaia di turisti al secondo. Così ne approfitta per una bella camminata tra le vie dei sogni...
Il giorno dopo rieccoci: riaffronta con una pettata veloce e sigaretta in bocca la Nerudova e riarriva sfiatato al portalone nero borchiato d'argento che stavolta risulta aperto, almeno una porticina ricavata nello stesso. Un Carabiniere in uniforme, posa da statua, lo saluta in italiano prima di chiedere i documenti. Lo fa entrare, metal detector, "Può tirare fuori il computer dalla borsa?" lo controlla, tutto è regolare. Alla sua destra una piccola porta di legno chiaro immette in un' antica stalla, dove hanno ricavato degli uffici illuminati dal neon. Dentro, dietro vetri affumicati seppia, stanno tre impiegati: davanti a loro la solita piccola folla di questuanti italiani. Tre ragazzi giovani, con zainone, in evidente fase di interrail europeo, hanno leespressioni bastonate di chi ha subito il furto di un qualcosa di essenziale, tipo portafoglio con tuttiidocumentidentro. Un signore anziano fa valere le sue ragioni ad uno dei tre sportelli. Non abita a Praga, ma in un paesino della provincia: per lui è stata un'avventura anche solo raggiungere la stazione. E' però umbro, perugino per dirla tutta. Ha in mano caterve di documenti che fa vidimare all'impiegato occhialuto dietro al vetro. Altre persone sbiadite aspettano negli angoli. Sembra inverno nonostante sia luglio. Davanti a Me una giovane coppia, lei ceca -ma guarda un poco-, lui italiano di milano, stanno discutendo animatamente con una romana dietro al solito vetro. La romana li tratta con sufficienza come se fossero dei rompicoglioni. Me sente improvvisamente di non voler assolutamente capitare tra le sue grinfie ed altrettanto precisamente SA che proprio da lei finirà per essere spolpato. Il milanese ad un certo punto alza la voce.
"Ma come dobbiamo fare altri timbri, ma come? Ho telefonato e mi hanno detto che era tutto in ordine che i timbri non servono più, ma insomma uno per sposarsi cosa deve fare?"
E gli scappa un "cazzo" che fa sorridere la, tocca dirlo poi darete ragione a Me, stronza romana. La ragazza ceca cerca di calmarlo, lui non si calma, ma ci pensa la romana.
"Insomma qui siamo in ambasciata non può venire qui a fare le piazzate.. se le dico che ci vogliono i timbri, i timbri ci vogliono.. non la faccio io la legge, comunque se vuole chiamiamo un mio collega e chiariamo la situazione."
Così il collega arriva, due grandi occhiali spessi che guardano timidamente tutti i fogli e dopo una veloce valutazione dichiara che i timbri non servono più, la documentazione è a posto serve solo un fotocopia autenticata. Rapidi sguardi di odio da una parte all'altra del vetro, ma la romana non chiede certo scusa. E' romana, lei ha sempre ragione. Me guarda il simpatico signore umbro sperando che finisca prima della coppia ma ovviamente la coppia finisce prima del simpatico signore umbro e Me capita preciso diretto dove non vuole andare.
"Buongiorno, mi manda la ditta dove devo essere assunto, ho bisogno di capire come fare ad avere un permesso di soggiorno e un permesso di lavoro."
"E cosa è venuto a fare qui?"
"Ma.. è l'ambasciata italiana, pensavo che mi avrest.."
"Appunto, questo è territorio italiano. Noi non c'entriamo niente"
Si immagina chiudere gli occhi, serrare le mascelle, guardarla con odio, la stronza, dirle "Ti spaccherei la faccia" a denti stretti.
"Allora può dirmi, PERFAVORE, dove devo andare. Almeno un aiuto visto che è l'ambasciata me lo darà, penso, no?"
A malavoglia la romana mi soppesa con lo sguardo, si volta e su un post-it verde segna dei numeri.
"Deve andare in Olsanka Due, alla polizia per gli stranieri, è laggiù che deve chiedere i documenti. Le lascio anche il numero di telefono."
Passa il biglietto oltre il vetro.
"Dov'è Olsanka Due, scusi?"
"Non lo so, lo chieda a quelli dei tram. Buongiorno."
Un bel 'puttana.' ci starebbe come il cacio sui maccheroni o la ciliegina sulla torta.
Vabbè meglio uscire.
Me è di nuovo in Nerudova, scende a Malostranske namesti, chiede ad un'anima pia dove sia Olsanka Due-in inglese- e quello per magia lo sa e sa anche che tram deve prendere.
Arriva il tram, Olsanka Due si trova a Zizkov, vicino a dove abita lui, relativamente vicino almeno cioè lontanissimo.
Arriva in Olsanka, in una via che sembra un'autostrada, e trova davanti a sè una scenografia da De Chirico con dentro esplosioni di Pollock. Il palazzo è largo e alto inseme, funzionalista e anonimo come i palazzi funzionalisti dovevano essere, marrone nocciola e annerito dal traffico. Sgorate scure bluastre sotto qualche finestra. Un vero palazzo comunista dello stato. Nonostante il colore chiaro è tenebroso, pieno di finestre tutte uguali, regolari. Pieno di uffici tra i quali perdersi. Me pensa a Kafka, ha un principio di svenimento ma si forza ad abbassare lo sguardo verso l'entrata, verso le anime.
Davanti all'ingresso, alla bocca della balena, ci sono almeno 150 persone accampate e in bivacco: persone di tutti i colori che uno può immaginare e anche oltre.
Coraggio.
Si inoltra dentro sperando di poter sopravvivere, si dice che dentro sarà meglio, ma dentro la balena è il buio più completo: cartelli con scritte in ceco solo in ceco lo sovrastano lo annientano lo circondano, quale modulo dovrà prendere, quale modulo farà per lui, quale sarà l'ufficetto nel quale mettersi in fila e quale sarà il numerino che deve prendere per raggiungere l'ufficetto che serve a lui nel quale mettersi in fila, e cosa vorranno dire quelle scritte ed è veramente nel posto giusto e come farà ad uscire vivo da lì. E tutt'intorno a lui gente gente gente di ogni parte del mondo, fuori era solo antipasto è dentro il vero pranzo, strafoga di gente, tantissimi suoni sconosciuti, voci, parole che non capisce, nessuna ne capisce eparlano tutti e prova a domandare se qualcuno parla inglese ma nesusno parla inglese, ad un certo punto una si, lo parla l'inglese, e gli dice che se non ha preso il numero dalla mattina può anche andare via perchè chiuderanno prima del numero che prenderebbe. O così sembra a lui di aver capito.
Non è giornata, pensa, e immediatamente sente il bisogno di prendere una boccata d'aria, uscire, dimenticare anche di aver pensato di lavorare in un paese che non è il suo... Fuori è uscito il sole, l'afa è primordiale da vulcani selvaggi pieni di lava che passa tra le scarpe.
Si ricorda che ha dei numeri di telefono, prova a chiamare.
Una gentile voce automatica in ceco e poi in inglese afferma che i numeri sono ormai fuori servizio da un anno.
Ma come?
Dio bono, viene voglia di distruggere qualcosa, distruggere distruggere distruggere!
Tornare all'amabasciata?
Meglio telefonare, trovare il tempo di risolvere la cosa e poi tornare per sfasciare la faccia a quella stronza -e non è bello offendere ma credete a Me, sempre troppo poco-.
"Gli uffici sono già chiusi, riapriranno domani."
La gentile centralinista, che infatti è ceca non è italiana, gli comunica come salvagente il numero della camera di commercio italiana a Praga, magari possono aiutarlo loro chissà.
Me chiama.
"Ma, veramente noi non sappiamo come aiutarla, l'ambasciata quando non sa cosa fare è solita dare il nostro numero.. no non si preoccupi non è il primo.. ormai siamo abituati all'ambasciata.. ora sento un collega.."
Aspetta al telefono.. hai capito l'ambasciata... quanti soldi sprecati anche fuori d'Italia, ma l' impiegata romana dai capelli tinti di rosso è stata chiara "Questo è territorio italiano!", e allora di cosa si meraviglia..
"Ecco, allora ho parlato con il mio collega e in base a degli accordi bilaterali tra Italia e Repubblica Ceca Lei, che è anche cittadino membro della comunità eUropea, non ha bisogno nè di permesso di soggiorno nè di permesso di lavoro, solo della carta di identità."
"Tutto qui?"
In quel momento Me non si sente membro della comunità eUropea, si sente solo membro, un grandissimo membro, un membrone.
"Si, è tutto."
"Grazie, è la prima persona che mi aiuta oggi"
"Ma si figuri.. arrivederLa"
Me riattacca.
Si guarda indietro, occhieggia tutta la fila che non dovrà più fare, alle centinaia di poveri cristi circondati di scritte e voci che non parlano nessuna lingua se non la loro.
Vorrebbe solo sfogare la rabbia contro l'ambasciata contro quella stronzaaaaaa -avete capito adesso, non è bello offendere, si sa, ma il troppo è troppo-, ma è semplicemente contento di poter tornare a casa. Ha finito il credito nel telefono, ha finito anche i soldi. Trova un bancomat, ma la carta è bloccata. Nonostante ci siano i soldi la carta è bloccata.
La sua carta della sua banca italiana che non comunica mai niente.
Ma il sole splende, i vulcani sono tutti accesi.
il prologo finisce qui.