10 settembre 2006

VII (sedum)

Dicono il sette porti fortuna.
Invece con il sette arriva l’uomo nero.
Non è ancora tempo per le crisi di nostalgia. Perchè Me non è il non più giovane Werther
In fondo, è stato via solo tre mesi, poco più.
Eppure, dopo quindici ore di autobus, (quindici) scoprire che non si hanno le chiavi di casa propria e che tutti i mazzi-copia non sono raggiungibili e che il tuo autobus è due ore in anticipo e ti scarica alle 6.45 di domenica mattina a firenze; eppure si ha ancora la forza di ridere. Perché l’assurdo supera sé stesso.
Emozionante.
Non è proprio nostalgia, no per niente. Perchè non è Amleto.
Dopo aver lottato tutta la notte a suon di sms per cercare di ottenere un mazzetto di due chiavi che gli spettano perché sono sue, no, non è proprio nostalgia. Perchè non è dentro un romanzo kafkiano.
E i denti che li sente, li sente pulsare dei prossimi ascessi a venire.
È il bisogno di imparare, solenne e lontano, irraggiungibile; di darsi un percorso, che abbia un senso; di capire cosa fare perché lui non lo sa.
Senza regole decise da lui.
E mentre, passeggiando alle otto di mattina per Prato, dopo tre mesi, insieme ai pazzi che parlano da soli in bicicletta, alle signore che vanno a messa, ai ciclisti della domenica che discutono del cambio, ai resti della festa della Madonna ancora per strada alle campane e al silenzio, il silenzio che pervade tutto, lungo irreale, incantato, bello, così bello; e mentre tutto questo sfila attorno, come fare a non pensare. Come fare?
Sta pagando qualcosa, ancora, ovunque? Per sempre?
Dovrà sempre pagare qualcosa, pensa.
Perché si capisce e si scusa tutto. Ognuno ha le sue buone maledette ragioni. Importanti vitali. essenziali. Cosa rimane da fare? Sospirare. Sorridere.
E Me? Sente male ovunque. Come se lo avessero picchiato in diecimila, gli avessero sputato sopra un milione di malati endemici, lo avessero torturato in una prigione sunnita. Soprattutto come se lo stessero ancora torturando. Lo torturano con le parole, con il loro suono.
Non merita nemmeno di dormire a casa sua. Questo è l’unico messaggio rimasto.
Come non convincersi che si è diventati l’uomo nero, tornato per spaventare, interrompere faticosi equilibri ancora precari, sconvolgere normali vite piene di vita.
Tornato per ferire? Uccidere?
Intanto deve lasciare le valigie in un bar del centro per non portarsele dietro, il mostro.
E fino a sera non sa cosa fare visto che le sue chiavi tornano con il buio: non sa cosa fare l’omicida.
Strano quest’uomo nero.
Quello che porta via i bambini, che li mangia la notte se non dormono, se non fanno i bravi.
Seduto, al tavolino esterno di un bar, l’uomo nero si gode il sole. Non ride, non è contento, non torna niente nemmeno qui.
Anzi, si comincia subito nel peggiore dei modi.
Me sente il sole. In fondo è sole del sud. Fa così caldo alle otto di domenica mattina.
E le ascelle sudano sotto la magliettina nera del viaggio. Bruciano, se solo il pensiero va alle sue chiavi.
Così bisogna chiamare gli amici in soccorso, rompere le scatole non appena messo piede in città. Perché nessuno ti può portare le chiavi. E chi potrebbe? Non lo fa. Ma, non per ripetersi, ognuno ha le sue buone ragioni. Cosa rimane da fare? Sospirare. Sorridere..
No, non è la nostalgia che mantiene aperte le palpebre stanche di una notte insonne. Perchè, alla fine se lo dice ridendo, non è nemmeno Remì.
Non è la nostalgia.
È il giramento di palle. Vorticoso.
Il dieci settembre finirà? Speriamo presto. Prestissimo, adesso.

08 settembre 2006

VI (six a ruota)

Vivi per il tuo pusher
Perché tutto comincia da qui. Venerdi di trasferimenti, mentali prima di tutto.
Come sarà tornare dopo tre mesi in Italia. Con l'autobus?
A Prato è la festa della Madonna e si festeggia. Oggi ci sono i fuochi c’è il corteggio storico finisce la fiera e ostendono la cintola della Madonna.
Me vive due vite, e non ce la fa: due vite sono troppe. Due vite sono troppe per tutti.
Così, si sveglia addirittura tardi, alle dieci di mattina: avrà meno tempo per preoccuparsi, forse.
E prima preoccupazione fra tutte oggi c’è il doping.
Il doping è finito. Correre ai ripari. No perché su quello non si discute. Possono finire tutti i soldi del mondo e ci si penserà. Ma il doping non può mancare.
Le voci non devono aumentare di volume, non adesso.
Sorride Me: ha mandato un sms ieri al pusher. Tutto a posto. Stesso posto stessa ora. Così oggi almeno ha un appuntamento sicuro, dal risultato certo. Immediato.
Ma l’appuntamento è solo alle tre del pomeriggio, così se sono le dieci che si fa da qui alle tre del pomeriggio? Si mette a posto tutta la cucina. Si lava i piatti, si pulisce la moquette, la odia la moquette, si aspira, si pulisce. Niente colazione, mangiare è superfluo. Chi non fa un cazzo ha bisogno anche di mangiare meno. Non ha fame.
Però fuma e si può fumare l’ultimo residuo di doping, tanto per uccidere la giornata al suo inizio.
Me ci pensa su. Comincia a prendere il necessario e si ferma subito. Una linguetta marrone esce dal pacchetto dorato delle cartine: segnala la fine delle suddette.
Fremono le mani. Deve proprio uscire al più presto allora.
Me decide per andare di nuovo a scaricare la posta in un internet cafè: una delle sue caselle si riempie di spam ogni venti minuti, va monitorata continuamente. Si rischia di perdere le mail importanti.
Si ricorda che lo devono chiamare dall’agenzia della c.i.a. per capire se lo prendono o no.
Deve fare qualcos’altro? No. La giornata è concentrata su quell’unico appuntamento nel pomeriggio. Tra l’altro, manco a dirlo, in un altro internet cafè.
Me esce di casa, tira un vento siderale che fa correre tutto il cielo, blu compreso. Il cafè almeno è vicino. Ma non ci sono tabaccai da quella parte. Mancano all’appello anche le sigarette. Così deve dirigersi dalla parte opposta, prenderà il tram da Vrsovice namesti e farà un pezzetto a piedi. Fa lo stesso. Almeno si leva anche il pensiero di fare il bancomat, lo fa lì in piazza. Prende un poco più di soldi per il viaggio di domani. Si chiede come mai nonostante il conto sia in rosso la banca rilasci ancora contante.
Ma tant’è, i soldi escono precisi lindi perfetti, 2000 corone in due pezzi da mille.
Solo questo vento…
Sulla banchina della fermata del tram c’è un anormale assembramento di persone. Il tram infatti non passa. Strano: da qui ne passano tre diversi.
Me aspetta. Insieme agli altri. Che non parlano non si chiedono non si domandano.
Solo macchine e furgoni. Dalla parte opposta passa inaspettato il 16. Di solito non passa da questa parte. Me subodora il tranello: intoppi nella linea delle rotaie. Si comincia bene anche oggi.
A piedi fino all’internet cafè, il solito vicino casa dove lavora Eva. Ma Eva non lavora più lì. L’aveva detto che sarebbe rimasta solo due settimane, poi sarebbe tornata la ragazza del principale. Me arriva completamente sudato nonostante il vento gelido. Ordina un te, accende il computer.
Rimane a ciacciare sul net, inconcludente, per un paio d’ore che si possono saltare.
Mentre sta uscendo lo chiamano dalla c.i.a. lo chiama la donna del giorno prima: vogliono assumerlo, parlano del compenso (25000 corone più i contributi ma meno le tasse). Hanno mandato il contratto pro forma all’indirizzo email. Si complimenta la donna e regala un sorriso a Me. Sorriso che muore sulle labbra di Me non appena riattacca.
Allora è vero che deve rinunciare a tutti questi anni nel cinema? Gli unici che rispondono e che hanno fiducia in lui appartengono alla vita vera. Deve andare in italia si risentiranno quando tornerà il 25 di settembre. Me controlla il cellulare.
Sono le due e trenta. Gli occhi si illuminano ed è subito nella Metro dimentico di tutto il resto: nell’atrio della stazione Namesti Miru c’è un piccolo fornaio, ci passa davanti. Stoico, non mangia, non vuole spendere i soldi.
Scende sotto per le scale mobili infinite, ha girato un video qua..
Infila nel vagone, direzione Dejvicka, fermata Starometska, Piazza della Città Vecchia.
Appena esce dalla metro il vento lo accoglie a schiaffi gelidi. Kafka Namesti, poi la piazza, bellissima travolgente come ogni volta che la vede. Il monumento di Jan Hus, al centro, e oltre, di fronte a Me, il castello di Dracula con i suoi tre tetti acutissimi e neri, ognuno dei quali ha altri tre piccoli tetti acutissimi sopra. L’oro delle croci poste sulle punte risplende sullo sfondo nero del cielo che corre corre corre corre oggi.
E anche Me corre, corre verso dlohua, la via dove il paradiso aspetta.
Arriva entra nel bar, ordina un caffè va in bagno rientra paga, accende il computer.
Ma deve ricomprare le sigarette. Si avvia al bancone.
Adesso fermatevi mettetevi a sedere.
Me non trova i soldi. I soldi che ha fatto appena due ore prima dal bancomat.
Dove cazzo sono finiti? Chiede gentilmente alla cassiera di aspettare, torna al suo tavolino, ci sono cinquanta corone dentro il librettino dell’abbonamento ai mezzi. Bastano per le sigarette, sicuro, ma dov’è il resto dei suoi soldi? Dov’è dov’è dov’è?
Comincia il panico. Il pusher arriva tra poco, come lo paga adesso? E i soldi tutti i soldi che ha preso per il viaggio? Merda.
Compone il numero di telefono del pusher mentre caracolla fuori dal locale: una voce metallica in ceco risponde che, anche se non lo capisce è chiaro, il credito è finito. Subito dopo un sms di “infolinka” conferma la tragedia nella tragedia.
riMerda. E allora ditelo che ce l’avete con lui…
Ok. La sua ragazza, che sta lavorando, è collegata al net con Skype. Le manda un messaggio: ricaricami il cellulare perché non ho più soldi e devo fare una telefonata importantissima.
La risposta non arriva: sta lavorando, lei.
Momento di decisione. Me comincia ad impacchettare quello che ha appena estratto, rimette tutto via saluta in fretta esce.
È in questi momenti che si vede la logica. Adocchia l’inconfondibile insegna di una banca e vi si dirige spedito. Non sa nemmeno cosa pensa. Non sa nemmeno se pensa in quel momento. La rabbia oh, la rabbia, meravigliosa potente rabbia. La rabbia di chi non può fare niente.
Mentre la macchina risputa i soldi, solo 1500 stavolta, pensa alla fine.
E se fossero scivolati dalla tasca quando ha pagato nell’altro bar? Già, lo hanno guardato strano mentre usciva, forse cercavano di dirgli qualcosa e non ci sono riusciti. Forse. Me si ricorda che i soldi li ha visti in tasca quando voleva pagare. Quindi c’erano.
Arriva, intanto, il pusher: Me lo accoglie in strada. È fortunato perché parla benissimo italiano, è meta italiano in realtà. Prende il pacchetto, consegna i soldi, si fa dare il resto, spiega velocemente la situazione poi l’ìilluminazione: deve fare presto non può prendere i mezzi, prenderà un taxi che lo porterà diretto all’altro bar. Il taxi è accanto a lui. Me saluta il pusher con parole farfugliate. Il pusher ride, ride di gusto mentre Me sale sul taxi, chiude la porta e rivolge la sua attenzione alla propria missione.
Il tassista fa presente in inglese improbabile che c’è tantissimo traffico e ci vorrà almeno mezz’ora.
Ma come? Più che con i mezzi? È un’ora di punta.
Pure. No, deve fare veloce. Fa partire il taxi comunque. Il traffico alla fine si rileva irrilevante: arriva in dieci minuti. Chiede quant’è.
E, dopo la sparizione dei soldi, ecco l’apparizione del ladro: 214 corone (7 euro e mezzo circa) che per qui è un furto. Ci arriva all’aereoporto con quella cifra. Lo hanno preso per il solito turista nonostante abbia cercato di dire le solite tre stronzate in ceco per fargli capire che lo sa che con i turisti gonfiano i prezzi. E infatti glie l’hanno gonfiato proprio bene il prezzo. Cerca di discutere ma non vuole discutere. Cosa sono 200 corone in confronto a quelle che pensa di aver perso e sono sicuramente lì ad aspettarlo? Già vede i sorrisi della cassiera che lo accoglie con i soldi in mano e in inglese gli dice “You ran away so fast, it was impossible reach you!” e tutto si aggiusterà con un bel sospiro di sollievo. Paga protestando ma il tassista si guarda bene anche solo dal rispondere. Prende i soldi in silenzio e rende il misero resto.
Me entra di corsa nel bar, raggiunge il bancone con cassa e sorride alla cameriera. Niente reazione. Spiega allora che deve aver lasciato dei soldi lì sul banco mentre pagava.
Loro non hanno trovato niente.
Me si siede.
Ma come?
Siete sicuri? Domanda inutile, sono onesti si vede dallo stupore con il quale lo guardano.
Me guadagna mesto l’uscita.ha con sé tutto l’occorrente.
Ancora non si capacita.
Telefona a Te, lei dice potrebbero anche averglieli sfilati dalla tasca nella metro. Qui lo fanno. Ma sta lavorando e deve riattaccare.
Me rientra in casa.
Ha deciso che si masturberà fumando.
Non è giornata oggi.
Ha dimenticato di comprare le cartine
L’otto di settembre spera finisca qui.

V (cinq)

Spleen, a sapere che vuol dire ma secondo Me calza a pennello.
Soprattutto, ogni giorno è costretto ad inventarsi qualcosa per non preoccuparsi.
Perché Me si preoccupa.
Me si preoccupa per la sua vita. La sua vita vera.
L’interviewwithabigcorporation, Me ha saputo tutto il giorno dopo, è andata bene.
I responsabili del recruitment hanno chiamato per complimentarsi: il suo test è andato molto oltre le loro stesse aspettative… che altro dire? Il test numerico? Una favola.
Si può permettere Me di sognare, di sperare di fare qualche castello? Tirare il fiato e dormire un secondo?
Nessuno più, da venerdi scorso, ha chiamato.
Il silenzio, prolungato dà da pensare. Come si deve comportare Me?
Cosa deve fare? Deve chiamare?
Una preoccupazione in più.
Me non è contento, nonostante oggi il sole splenda e l’aria sia finalmente calda di vento del sud.
Si respira oggi, insieme al sud, un’ansia improvvisa, diffusa. Un’ansia profonda anche.
È questa la vita vera che cerca Me? Senza una risposta, piena di incertezza, senza riposo, piena di speranze, senza conferme, piena di dubbi. E questa attesa infinita che qualcosa debba succedere.
Me sa che si sbatte tutto il giorno: è diventato l’uomo dei colloqui, non ha mai parlato di sé così tanto in vita sua.
L’uomo dei colloqui. L’uomo che cerca costantemente qualcosa.
Ma che non vede arrivare niente.
L’uomo che sembra aver litigato con la pazienza..
Quest’uomo, oggi, ha un altro colloquio, anche se la sua giornata inizia molto prima.
Ha infatti una tabella di marcia, per uno che non fa un cazzo, di tutto rispetto.
07.45 Falsa sveglia: è solo la sua ragazza che si sta preparando per andare a lavorare.
08.50 Sveglia: la prima cosa che vede è un ragno sul muro, nero, grosso, vicino. Leva il sonno.
La lavatrice in funzione, poi, fa ballare il cestello dell’asse da stiro rimasto lì da due giorni, con un fastidioso rumore di ferro.
Doccia, caffè freddo, c’è qualcosa da mangiare? Macchè.
09.50 Finisce la lavatrice. Come da istruzioni gira la manopola tenendola premuta fino al numero quattordici dei cicli di lavaggio. Riparte tutto il meccanismo.
Finita la lavatrice stende i panni finisce di vestirsi ed esce. Deve andare dalla sua ragazza a prendere i soldi, quei pochi che ha guadagnato col ministero della cultura.
10.20 Di corsa fuori di casa salta sul tram quasi in corsa.
Almeno c’è il sole, si sta bene.
10.50 Arriva in Malostranske namesti prende i soldi da Te saluti e baci veloci.
Deve mandare un fax in Italia con i suoi dati per un piccolo lavoro di tre giorni.
11.10 Primo tentativo alle poste di Malostranske namesti. Dopo aver atteso dieci minuti che arrivasse un impiegato qualunque viene comunicato che non si effettuano fax internazionali. Lo dirottano, dopo infinite preghiere in tutte le lingue, alle poste centrali in Jindriska, accanto a Vaclawske Namesti. Decide di optare per una bella passeggiata sotto il sole ed ha ragione. Oggi tutto brilla scintilla e i riflessi sull’acqua del fiume si appoggiano gentili dentro i suoi occhi. Persino le guglie e le cupole delle chiese dalla parte della città nuova sono affascinanti. Sembra oggi di vederle per la prima volta. Allontanano tutte le ansie al primo sguardo. C’è anche lo spazio per un breve sorriso.
11.45 Me raggiunge Jindriska, le Poste Centrali. Sembra di entrare in una banca del far west, oppure a Londra nel XIX secolo. Ci sono ori e stucchi e mosaici art noveau dappertutto. Tutto lindo perfetto arioso. Un solerte guardiano in uniforme sulla sessantina chiede cosa desidera. Me fa capire che deve spedire un fax.
La guardia indica un ufficetto alla propria destra, “Informace”: dentro c’è già qualcuno che parla con l’impiegata. Me tituba ma la guardia è pronta di riflessi:
“Mujete, mujete” (tipo “si può, si può”)
Me entra, l’altro esce subito, l’impiegata parla inglese “Desk number three, no ticket is required”
Sicchè Me va allo sportello tre. Una ragazzina con gli occhiali, intenta a timbrare tutto l’elenco del telefono del mondo, consegna un modulo prestampato in inglese e ceco.
Si richiedono il codice avviamento postale e l’indirizzo del mittente e del destinatario.
Fa presente che ha solo il numero di fax con sè e che non deve spedire una lettera.
La ragazzina non parla inglese, solo ceco, e lo fa pesare con ogni parola.
Con ogni suono respinge il povero Me al di là del pertugio nello sportello.
Ci riprova: consegna il foglietto monco all’impiegata che lo guarda schifata. Fa capire che non va bene.
E non guarda non cerca di essere accomodante. No. Me chiede se qualcuno dietro con lei parli inglese, che possa spiegare. “To nevìm” (nevim vuol dire “non so”)
Me accartoccia il biglietto lo lancia contro l’impiegata e sonoramente la manda a fare in culo mentre guadagna velocemente l’uscita. Perché non si sa mai.
12:00 Sosta per breve colazione ad un internet cafè. Ma il wifi è rotto e non ci si può collegare. Me ha già ordinato. Merda…
12:10 cambio dell’internet cafè, l’email è muta, come il telefono.
13:00 Appuntamento al ministero della cultura, per discutere di prossimi lavori che saranno pagati –pochissimo- forse a novembre: se la cava con 15 minuti di sbadigli.
14:00 Un altro caffè per controllare di nuovo la posta su internet. Magari qualche altra ditta ha risposto ai suoi annunci.
Ma il vuoto è il suo compagno preferito.
15:00 Me deve vedere un appartamento nel miglior quartiere della città: un vero affare. L’appartamento è bellissimo ma non si possono spostare i mobili, vanno tenuti in casa. E tutti quelli che hanno lui e la sua ragazza? Viene fatto capire che sono cazzi loro. Me chiede tempo per far vedere la casa anche alla sua ragazza che sta lavorando. Prende accordi per chiamare in serata fissare un nuovo appuntamento.

15:45
il tanto sospirato colloquio, in Belgicka ulice.
C’è già stato in questa piccola ditta: preparano sistemi di traduzione. Il responsabile del reparto operativo è americano e parla come un cowboy e pensa come bruce willis in armaggedon: “NO QUIT, ALL GO”. Ma ha una segretaria, Veronika, niente male: soprattutto il musino carino e queste due grandi tette, attirano le occhiate insistenti di Me. Lo portano, di solito, nel bar di fianco a bere un caffè e parlare di Me. Ma del lavoro che fanno lì dentro non si sa niente. Non ne hanno mai voluto parlare..
Oggi invece, niente bar: uffici!
Peccato che sia tutto vuoto smontato smembrato. Dov’era pieno di volti davanti ai monitor e sedie e telefoni e cavi e voci…. Nulla niente. Solo moquette sporca e avanzi di cavi tagliati. Me pensava che fossero un’ agenzia-copertura per la c.i.a., ma non pensava di essere così vicino alla verità. Forse lo sono davvero.
Un ragazzone, business dress code, lo introduce in un’altra stanza dove altre persone, per lo più donne, stanno al computer: anche qui dentro.
Quella che si presenta per prima e si alza dalla scrivania in tutta la sua potente femminilità, è quella che ha fissato l’appuntamento al telefono con Me.
È bionda, è donna. Me si innamora dopo un decimo di secondo.
Ohhh, come si può resistere a tanta bella donna così?
L’altra invece è mezza asiatica, forse messicana, forse americana, forse ceca con origini vietnamite del nord (i rifugiati comunisti li mandavano qui, ai tempi): più piccola, molto meno femminile. Ha delle strane scarpe, ballerine credo, con delle paillettes multicolore sulle punte. Sorride e all’improvviso quando fa le domande diventa seria guarda esplora.
Anche l’altra esplora ma dall’alto della sua femminilita.
Entrambe tengono in mano il suo curriculum. Entrambe massacrano le due penne che tengono in mano.
Il colloquio è veramente un colloquio: niente tests, niente domande verità. Non spiegano ancora niente ma alla fine sparano almeno la prima cifra di inizio lavoro.
Cioè niente proprio, un cazzo. Ci sarà una percentuale sul lavoro che riuscirà a fare in più, se sarà bravo.
Si, perché le due donne in questione appartengono al reparto sellsandcostumercare.
Così vanno a provvigioni. Come suo padre.
Dimmi te quanta strada ha fatto e quanto ha studiato e quanto ha sudato Me e poi?
Mica niente di male, per carità: ma poteva stare dietro l’angolo di casa, allora.
La bionda almeno è così piacevole da guardare. Bianca bionda slavata. Tutti gli stereotipi al loro posto.
Quando si gira poi, Me ha un sussulto. Vede colline, una casa, un cuscino, uno strumento musicale e tante cose ancora.
16:20 Il colloquio finisce e Me torna fuori, di nuovo in preda alle sue ansie e alle sue preoccupazioni. Deve fare il biglietto per tornare in Italia! Dall’altra parte della città..
Si tenta il record oggi.
Da un tram all’altro, da un quartiere all’altro si fanno subito le 17.10
Quanti soldi sono rimasti? Pochi… pochissimi.
Deve andare a casa veloce. La sua ragazza lavora così deve essere lui in casa alle 17.30, perché arriva l’idraulico e il muratore per aggiustare il bagno dopo due mesi circa.
La ragazza di Me è tornata alle 20.00
Il muratore non è ancora arrivato, il ragno è sempre su quel pezzetto di muro.
E il meraviglioso appartamento l’hanno pure prenotato prima di Me.
Il 7 settembre finisce qui.