
Me Fratello di Kafka.
TTragedia comica in un prologo due atti e un epilogo
TTragedia comica in un prologo due atti e un epilogo
ATTO SECONDO
Caro il mio Kafka, siamo un pezzo avanti.
SCENA PRIMA
Una volta capito essere l'ufficio locato in differente quartiere, Me ha preso Te per un braccio e si son precipitati.
Bisogna prima prendere un tram, 4 fermate, prendere la metro, altre quattro fermate, si attraversa una strada a quattro corsie, si passa sotto un ponte dell'autostrada ed ecco gli uffici della Polizia per gli stranieri.
L'ufficio che si occupa esclusivamente dei membroni europei.
Dentro è sempre esplosione di corpi, nelle più svariate file su tre lati dello stanzone. Al centro una colonna quadrata circondata di informazioni in ceco, appese senza ordine e senza logica. Ai piedi della colonna ci sono formulari da riempire in diversi colori tutti in ceco, volantini in ceco.
Tutt'intorno gente gente gente.
Me e Te si guardano negli occhi ma non sanno che fare. Te comincia a guardare le informazioni sulla colonna, foglio per foglio, Me si mette in una fila a caso, magari è quella giusta. Te fa il giro della colonna, Me non ha ancora fatto un passo avanti. Te non è riuscita a capire niente ma sulla colonna ha trovato il numero dell' ufficio informazioni. Si allontana guardando il telefono, Me rimane in fila, immobile. Insieme a lui pakistani e nordvietnamiti e russi -rinnovano il permesso-; mamme con bambini sedute in due file di panche che chiudono ogni fila, insieme a bambini e ragazze e signore sfatte dalla mattina. Sugli sportelli in fondo di fronte a lui c'è il simbolo dell'Ue, sportelli 4 e 5: al suo livello la fila è ancora caotica -apparentemente- e compatta. non si è ancora ramificata e autodisciplinata. Magari, pensa Me, basta solo aspettare non è così difficile poi ma si sa la burocrazia ha questi tempi.
Il passaporto ce l'ho, le fotografie anche.
Un francese. Un signora enorme con i capelli sporchi. Tante borse di pelle. Un seno stretto in una maglietta nera. Arabi e neri francesi. Te, fuori oltre il vetro, fuma e parla al telefono.
Meno male c'è lei.
Giornali in russo e in cinese come macchie in uno stagno di cappotti. Il flash della macchina fotografica, a ripetizione. Dietro gli sportelli in un angolo c'è una piccola saletta con macchina fotografica per le foto che uno può aver dimenticato: te le fanno anche lì.
Me diventa nervoso: la fila non si muove.
Una ragazza, in un' altra fila con dei lunghi capelli attorcigliati in dreads, con una gonna abbondante, di cotone azzurro, dall'orlo sdrucito. Una maglia di lana con cappuccio, un giaccone anch'esso di lana anch'esso con cappuccio.
Già, oggi lui non indossa una maglia con il cappuccio.
Ancora cechi anziani a braccetto di qualcuno più giovane. E gente che come Me si guarda in giro e non sa che fare.
Te rientra riattaccando il telefono.
Allora, che ti hanno detto alle informazioni?
Perchè?
Non eri al telefono co le informazioni?
No, parlavo con Da***.
Silenzio.
Perchè non hai chiamato le informazioni? Sei stata fino ad ora al telefono con?
Con da***. Mi ha chiamato quando sono uscita.
Ma non eri uscita per telefonare?
No. Ero uscita a fumare una sigaretta.
-Silenzio, tutt'intorno diventa solo silenzio e persone sfocate sullo sfondo, come lo sfondo, fatte di sfondo.-
Chiami PERFAVORE le informazioni?
Va bene, stai calmo però.
La fila si muove di un passo. il neon illumina stancotutto quanto, piovono sonno e noia biancastri.
Qui non c'è un numero non c'è una fila logica. Me ha fame.
Te torna poco dopo.
Possiamo anche andare via, dice.
Come?
Si, ci manca praticamente tutto.
Ma ho il passaporto e le foto.
Vuoi venire via o no? Ci manca tutto, non voglio parlarne qui, andiamo via, ho fame.
Ho fame anch'io amore: andiamo.
Mi fai aglio olio e peperoncino?
Vieni! Ora Me e Te vanno a casa.
Bisogna prima passare sotto un ponte dell'autostrada, attraversare una strada a quattro corsie, prendere la metro, 4 fermate, prendere un tram, altre quattro fermate, scendere fino a casa.
Bisogna prima prendere un tram, 4 fermate, prendere la metro, altre quattro fermate, si attraversa una strada a quattro corsie, si passa sotto un ponte dell'autostrada ed ecco gli uffici della Polizia per gli stranieri.
L'ufficio che si occupa esclusivamente dei membroni europei.
Dentro è sempre esplosione di corpi, nelle più svariate file su tre lati dello stanzone. Al centro una colonna quadrata circondata di informazioni in ceco, appese senza ordine e senza logica. Ai piedi della colonna ci sono formulari da riempire in diversi colori tutti in ceco, volantini in ceco.
Tutt'intorno gente gente gente.
Me e Te si guardano negli occhi ma non sanno che fare. Te comincia a guardare le informazioni sulla colonna, foglio per foglio, Me si mette in una fila a caso, magari è quella giusta. Te fa il giro della colonna, Me non ha ancora fatto un passo avanti. Te non è riuscita a capire niente ma sulla colonna ha trovato il numero dell' ufficio informazioni. Si allontana guardando il telefono, Me rimane in fila, immobile. Insieme a lui pakistani e nordvietnamiti e russi -rinnovano il permesso-; mamme con bambini sedute in due file di panche che chiudono ogni fila, insieme a bambini e ragazze e signore sfatte dalla mattina. Sugli sportelli in fondo di fronte a lui c'è il simbolo dell'Ue, sportelli 4 e 5: al suo livello la fila è ancora caotica -apparentemente- e compatta. non si è ancora ramificata e autodisciplinata. Magari, pensa Me, basta solo aspettare non è così difficile poi ma si sa la burocrazia ha questi tempi.
Il passaporto ce l'ho, le fotografie anche.
Un francese. Un signora enorme con i capelli sporchi. Tante borse di pelle. Un seno stretto in una maglietta nera. Arabi e neri francesi. Te, fuori oltre il vetro, fuma e parla al telefono.
Meno male c'è lei.
Giornali in russo e in cinese come macchie in uno stagno di cappotti. Il flash della macchina fotografica, a ripetizione. Dietro gli sportelli in un angolo c'è una piccola saletta con macchina fotografica per le foto che uno può aver dimenticato: te le fanno anche lì.
Me diventa nervoso: la fila non si muove.
Una ragazza, in un' altra fila con dei lunghi capelli attorcigliati in dreads, con una gonna abbondante, di cotone azzurro, dall'orlo sdrucito. Una maglia di lana con cappuccio, un giaccone anch'esso di lana anch'esso con cappuccio.
Già, oggi lui non indossa una maglia con il cappuccio.
Ancora cechi anziani a braccetto di qualcuno più giovane. E gente che come Me si guarda in giro e non sa che fare.
Te rientra riattaccando il telefono.
Allora, che ti hanno detto alle informazioni?
Perchè?
Non eri al telefono co le informazioni?
No, parlavo con Da***.
Silenzio.
Perchè non hai chiamato le informazioni? Sei stata fino ad ora al telefono con?
Con da***. Mi ha chiamato quando sono uscita.
Ma non eri uscita per telefonare?
No. Ero uscita a fumare una sigaretta.
-Silenzio, tutt'intorno diventa solo silenzio e persone sfocate sullo sfondo, come lo sfondo, fatte di sfondo.-
Chiami PERFAVORE le informazioni?
Va bene, stai calmo però.
La fila si muove di un passo. il neon illumina stancotutto quanto, piovono sonno e noia biancastri.
Qui non c'è un numero non c'è una fila logica. Me ha fame.
Te torna poco dopo.
Possiamo anche andare via, dice.
Come?
Si, ci manca praticamente tutto.
Ma ho il passaporto e le foto.
Vuoi venire via o no? Ci manca tutto, non voglio parlarne qui, andiamo via, ho fame.
Ho fame anch'io amore: andiamo.
Mi fai aglio olio e peperoncino?
Vieni! Ora Me e Te vanno a casa.
Bisogna prima passare sotto un ponte dell'autostrada, attraversare una strada a quattro corsie, prendere la metro, 4 fermate, prendere un tram, altre quattro fermate, scendere fino a casa.
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